Africa: chi aiuta chi?

imagesLa vera cooperazione tra paesi ricchi e poveri del mondo la fanno i migranti. E’ un dato di fatto. Un recente studio realizzato da Adams Bodomo, professore ghanese di studi africani all’università di Hong Kong afferma che nel 2010 le rimesse dei migranti in Africa valevano poco meno di 52 miliardi di dollari, mentre gli aiuti allo sviluppo elargiti da Europa e Stati Uniti non hanno superato i 43 miliardi di dollari. Uno stacco netto a favore dei migranti di quasi 10 miliardi di dollari.

Il dato da solo però non esprime la differenza. Dagli aiuti allo sviluppo di Europa e Stati Uniti vanno sottratte, diciamo così, tutte le spese di produzione per realizzare gli aiuti, cioè pagamento di stipendi a cooperanti, affitto di locali e uffici, mezzi di locomozione, carburante, etc.

Tutte spese queste che bisogna sostenere sul posto, cioè dove si elargiscono gli aiuti sotto forma di programmi di sviluppo, e nei paesi donatori dove si elaborano i progetti, si confrontano funzionari, si stabilisce come distribuire gli aiuti. Si tratta di costi non indifferenti che certamente si avvicinano a dimezzare gli stanziamenti originari (non esistono, che io sappia, studi sull’argomento).

Lo stacco netto a favore dei migranti, dunque, aumenta ulteriormente anche perché i 52 miliardi di dollari di rimesse si trasformano quasi integralmente in “aiuti allo sviluppo”. Gli africani in Europa infatti inviano denaro nei propri paesi per mandare a scuola fratelli e sorelle, per cure sanitarie dei propri parenti, per la costruzione della casa di famiglia, per acquistare prodotti di prima necessità come riso, mais, fagioli, miglio, abiti, scarpe dei quali la crisi ha fatto schizzare alle stelle i prezzi. Scuola, istruzione, sanità, alimentazione, gli stessi ambiti dei normali progetti di cooperazione che però “costano” molto di più.

Lo afferma anche Bodomo, nel suo studio: “al di là dei numeri il valore delle rimesse sta nella capacità di venire incontro a bisogni reali. Sono più efficienti – sottolinea lo studioso – perché si fondano su informazioni più precise; un migrante che vive all’estero sa di cosa ha bisogno la sua famiglia in Africa, si tratti di soldi per pagare la retta scolastica, costruire una casa o avviare un’attività imprenditoriale”.

Se le cose stanno così verrebbe da dire che chi volesse fare cooperazione dovrebbe mettersi al servizio dei migranti, cioè favorire le rimesse, magari organizzarle per villaggi, per zone rurali, per quartieri nelle baraccopoli delle grandi megalopoli in modo da rendere le rimesse ancora più efficaci.

Una cosa che, concretamente, in Europa e Stati Uniti si potrebbe fare è quella di detassare gli invii di denaro. Lo scrive anche il ricercatore ghanese: “Le rimesse dei migranti africani potrebbero avere in prospettiva un valore ancora superiore. Circa il 12% del denaro inviato dalla diaspora attraverso i canali finanziari ufficiali viene inghiottito dai costi bancari”. Più che sugli aiuti dall’estero i governi dovrebbero puntare su una riduzione di queste tariffe”.

Infine una ultima riflessione che ci riguarda. Gli aiuti allo sviluppo di Europa e Stati Uniti, quei 43 miliardi di dollari di cui sopra, in buona parte si trasformano in stipendi di cooperanti, impiegati, funzionari, direttori, logisti europei e nord americani. In sostanza sostengono l’occupazione in paesi e continente devastati dalla crisi economica che crea disoccupati nell’industria, nelle imprese del terziario e anche nel settore pubblico. In Italia uno studio di qualche tempo fa affermava che intorno al settore della cooperazione, delle Onlus, delle associazioni, delle Ong – governative e non – girassero tra le trenta e le quarantamila persone più o meno occupate. Insomma noi aiutiamo l’Africa e l’Africa aiuta noi: Non dimentichiamolo.

2 comments for “Africa: chi aiuta chi?

  1. Maria Grazia
    23 aprile 2013 at 12:58

    Articolo interessante e ottimo spunto di riflessione per nuove forme di progettazione. Grazie per le idee.

  2. Elena Gennaro
    25 aprile 2013 at 15:16

    Gli immigrati africani in Italia che avevano trovato un minimo benessere lavorando in piccole industrie o aprendo piccoli negozi e ristoranti africani, hanno perso il posto di lavoro o hanno dovuto chiudere le loro attività a causa delle elevate tasse e della crisi economica. Molti sono tornati al loro paese. Ma la maggior parte degli Africani vivono anche in Italia in condizioni miserrime, dopo aver affrontato viaggi in camion sovraffollati e gommoni da dove sono stati gettati in acqua prima di arrivare a riva. Molti di loro sono morti durante questi viaggi, i sopravvissuti che hanno ottenuto asilo politico si arrangiano tentando di pulire i vetri delle macchine o vendendo fazzolettini di carta ai semafori oppure stendono tappetini sui marciapiedi con merce molto cheap, quando non vengono fermati dai vigili e la loro merce, per noi di poco valore ma per loro un patrimonio.

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