Ancora Ruanda: “…e poi siamo morti tutti”

imagesAttraverso un amico ruandese ci fu concesso di essere aggregati come giornalisti alle truppe del Fronte Patriottico Ruandese che stazionavano a Kabale, sulla frontiera tra Uganda e Ruanda e che penetrarono nel piccolo paese dalle mille colline per fermare i massacri contro i tutsi da parte degli estremisti hutu che volevano eliminare ogni possibilità di accordo con gli odiati nemici tutsi. Il collega con il quale viaggiavo era Davide Demichelis. Eravamo entrambi giovani ma già abbastanza abituati a viaggiare in situazioni di guerra. Eppure quella esperienza fu una delle più toccanti di tutta la mia carriera.

Arrivavamo sui luoghi dei massacri poco dopo che erano stati compiuti. I guerriglieri di Paul Kagame erano impegnati in una lotta contro il tempo, in un inseguimento frenetico. Le immagini che i massacratori si lasciavano alle spalle erano tremende: mucchi di corpi trapassati da proiettili o squartati dai machete, chiese traboccanti di cadaveri uccisi con le granate. Villaggi abbandonati, capanne date alle fiamme, anche i vecchi, che non avevano la forza di scappare, erano stati massacrati senza pietà.

Mentre quelle scene mi scorrevano davanti agli occhi mi dicevo che avrei cambiato mestiere. Mi risultava impossibile in quel momento pensare che sarei riuscito a raccontare ciò che vedevo con i miei occhi.

Passai in Ruanda una intera settimana e non riuscii mai a dormire. Di notte avevo l’impressione che ci fossero processioni di cadaveri che si muovevano per i villaggi. Alla mattina, con gli occhi gonfi, mi trovavo di fronte ad uno spettacolo naturale ineguagliabile: colline ammantante di verde avvolte da quella nebbiolina di vapore acqueo che rende tutto un po’ sfuocato, come una foto fatta apposta con quell’effetto. La bellezza del panorama e la crudezza delle scene che mi stavano intorno era un contrasto insopportabile.

Una delle situazioni che mi rimasero più impresse fu quella di un bambino, unico superstite trovato vivo in un villaggio. Era stato fortunato, era caduto in un fosso e terrorizzato vi era rimasto acquattato. I massacratori non l’avevano visto. Quando i guerriglieri tutsi arrivarono lo scoprirono piangente e gli chiesero di raccontare cosa aveva visto mentre, ai due giornalisti, veniva tradotto il suo racconto. Il piccolo raccontava che avevano ucciso tutta la sua famiglia e lo faceva con dettagli incredibili e con una lucidità che – pensai – in futuro lo avrebbe distrutto. Finiva il racconto dicendo: “…E poi siamo morti tutti”. Ma lui era vivo! I guerriglieri glielo facevano notare ma lui continuava a usare quel plurale tremendo. Senza famiglia, senza il villaggio, senza più niente quel piccolo si considerava morto…

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