Appuntamento alla prossima sparatoria

Il sedici agosto scorso la polizia sudafricana sparava su una folla di minatori in sciopero a Marikana, località ad un centinaio di chilometri da Johannesburg: trentaquattro lavoratori furono uccisi, molti colpiti alle spalle dalle pallottole degli agenti. Le versioni ufficiali della polizia difesero l’operato degli agenti affermando che agirono per legittima difesa dato che stavano per essere attaccati dai minatori armati. L’inchiesta dimostrò che quelle versioni erano tutte false. La notizia della strage di Marikana ha fatto il suo corso sui media di tutto il mondo. Si è conquistata le prime pagine anche grazie alle foto, subito disponibili in rete. Ora, a quasi due settimane dall’accaduto, è scomparsa. In realtà i motivi per continuare ad occuparsene ci sono ancora tutti.

A Marikana non è cambiato nulla: i minatori stanno continuando il loro sciopero, l’azienda sta continuando a respingere le loro richieste e la tensione continua ad essere molto alta.

Ma il sistema mondiale dell’informazione ha le sue leggi. Di Marikana, del platino, dei minatori sudafricani, dei loro stipendi da fame si è già parlato. Inutile continuare a raccontare una storia conosciuta.

Per la verità i minatori scioperavano anche prima di quel fatidico sedici di agosto, il giorno della tragedia. Ci sono voluti i morti per suscitare l’interesse dei media. Anzi, ce ne sono voluti tanti perché in realtà i morti – ben nove – c’erano già stati. Uccisi, sempre dai poliziotti, qualche giorno prima, con le stesse modalità e per gli stessi motivi, ma la notizia non era stata considerata abbastanza scioccante e clamorosa da essere ospitata in prima pagina.

La lezione è che ci vogliono i morti. Anzi, ce ne vogliono tanti. E possibilmente ci vogliono anche le immagini immediatamente disponibili in rete. Il sistema dell’informazione globale ha le sue leggi. In questo blog voglio invece aggiungere altre informazioni, perché non ci si stupisca quando la violenza esploderà ancora.

La prima: il sindacato più radicale chiede che gli stipendi vengano portati da 400 a 1200 euro al mese, cioè da uno stipendio medio di un nero ai tempi dell’apartheid al livello impiegatizio di un bianco nella stessa multinazionale LonMin.

La seconda: i minatori di Marikana vivono in baracche di lamiera ammassate l’una sull’altra, senz’acqua, luce né servizi igenici perchè la multinazionale LonMin elargisce sussudi minimi per le abitazioni. Lo ha denunciato il vescovo sudafricano Kevin Dowling (www.misna.org). In sostanza quei minatori, a venti anni dalla fine dell’apartheid, non sono mai usciti dalle famigerate township.

La terza: il prezzo del platino sui mercati è crollato in pochi mesi da 2000 a 400 dollari l’oncia. E’ prevedibile, dunque, che la LonMin non accetterà le richieste dei minatori, anzi licenzierà in un paese con un tasso di disoccupazione stabilmente al di sopra del 25 per cento.

Non resta che darsi appuntamento alla prossima esplosione di violenza quando, forse, i minatori finiranno realmente per non essere armati solo dei bastoni tradizionali e dei machete.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *