Armi in cambio di salute. Una proposta indecente?

C’è la crisi ma il mercato delle armi è fiorente. L’acquisto di attrezzatura bellica, per molte nazioni, è una priorità di spesa quasi sempre più alta anche di istruzione, sanità e altre voci di pubblica utilità e di prima necessità. In questi giorni si sono concluse le trattative per l’acquisto, da parte del Ciad, di due aerei da guerra tipo “Spartan” prodotti dall’italiana Alenia Aermacchi del gruppo Finmeccanica (fonte globalist).

Lo Spartan è un aereo dai molteplici usi: trasporto truppe, merci e sanitario, lancio di materiali e di paracadutisti, ricerca e soccorso e supporto ad operazioni di guerra sul terreno e di protezione civile. Il regime di N’Djamena ne ha acquistati due per il costo di 106 milioni di dollari.

Il Ciad è uno dei paesi più poveri del mondo con uno dei presidenti più impresentabili dell’Africa Idris Deby, in carica dal 1990. Potere che ha conservato con la forza e facendo fronte ad una ribellione interna che ha potuto vincere grazie all’aiuto francese. Dunque un paese nel quale la guerra rappresenta una delle principali uscite di risorse. Il Ciad, paese del Shael, vive una drammatica crisi soco-economica. L’aspettativa di vita dei suoi dodici milioni di abitanti e di meno di cinquanta anni, la mortalità infantile sotto i cinque anni è altissima, il tasso di alfabetizzazione degli adulti raggiunge appena il trenta per cento. Qualunque prestazione sanitaria deve essere pagata, quindi la popolazione, che è poverissima, non può accedere a nessuna prestazione sanitaria o farmacologica.

Non voglio fare il romantico utopista: non fermeremo la produzione e il commercio di armi nel mondo. Però una cosa è possibile chiederla. Anzi, credo che i primi a chiederla dovrebbero essere tutti quei soggetti (Ong, singoli cooperanti, addetti del settore) che poche settimane fa hanno partecipato a Milano al primo Forum della cooperazione. La richiesta potrebbe essere formulata in questo modo: “Le aziende pubbliche e private italiane che vendono armi a paesi terzi, lo possono fare solo se i paesi riceventi dimostrano di avere migliorato l’accesso all’acqua potabile, alla sanità, all’istruzione delle proprie popolazioni”.

Sono dati, questi, che si rilevano tutti gli anni e che segnalano lo sviluppo reale delle nazioni a differenza di quanto fa il dato secco della crescita.

In sostanza la vendita di Alenia-Aermacchi si sarebbe potuta realizzare solo se il presidente Idris Deby fosse riuscito ad alzare quel misero 30% di alfabetizzazione, se fosse riuscito a garantire per esempio un po’ di assistenza materno-infantile per abbassare il dato della mortalità. In mancanza di miglioramenti sul piano sanitario, dell’istruzione la la vendita viene sospesa fino all’anno successivo, quando si verificherà nuovamente quanto lo stato ha realmente avuto a cuore i propri cittadini.

Forse in questi modo si riusciranno a ricavare quei fondi che la cooperazione reclama, che i governi dicono di non avere e che non danno da anni.

Un sistema di questo tipo sarebbe, in fin dei conti, un finanziamento del commercio. Certo, un commercio schifoso ma che se proprio ci deve essere che almeno sia condizionato ad obiettivi che migliorano la vita della gente.

 

1 comment for “Armi in cambio di salute. Una proposta indecente?

  1. Vanda Simoncelli
    5 novembre 2012 at 16:43

    L’articolo riflette quello che è sempre stato il mio pensiero:se i paesi più ricchi non fornissero le armi ,le guerre si esaurirebbero naturalmente. Invece….Vanda Simoncelli

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