Ascoltando il ticchettio della bomba

In Sudafrica è tutto pronto per una nuova esplosione di violenza. Il 16 agosto, giorno in cui la polizia ha sparato alle spalle, uccidendoli, a 34 minatori che scioperavano, è solo un episodio di un’onda lunga che viene da lontano. Ecco perché politici, sindacati, chiese, nessuno è più in grado di disinnescare la bomba ad orologeria dei minatori in sciopero che inevitabilmente esploderà con effetti devastanti…

Di seguito, alcuni degli elementi che rendono la situazione esplosiva:

In diciotto anni, cioè dalla fine dell’Apartheid, per i minatori non è cambiato quasi nulla. Quella che era una grande speranza egualitaria – la nazione Arcobaleno, appunto – si è rivelata una cocente delusione. Una ferita aperta, un nervo scoperto.

Dati recenti mostrano che dalle prime elezioni democratiche ad oggi la quota percentuale dei salari rispetto al Prodotto Interno Lordo si è ridotta del 16%, più o meno lo stesso tasso di incremento della parte costituita dai profitti. A maggior ragione questi dati riguardano il settore minerario, motore trainante dell’economia.

Le imprese minerarie non hanno mai trasformato (come previsto da una legge di dieci anni fa) gli ostelli in prossimità dei principali impianti minerari in appartamenti in grado di ospitare le famiglie dei minatori. In sostanza i minatori abitano ancora gli stessi agglomerati di baracche esistenti dal sistema dell’Aparheid, cioè delle specie di township più abbruttenti ancora di quelle che circondano le grandi città. Alcune compagnie versano ai lavoratori indennità ridicole di circa 1000 rand come se fossero sufficienti per affittare un alloggio dignitoso. Il risultato è che chi lavora in miniera in Sudafrica vive sotto un tetto di lamiera in agglomerati dove vige la violenza, la promiscuità, dove l’Aids si diffonde a ritmo impressionante.

Le multinazionali de settore minerario, poi, fanno sempre più ricorso ad agenzie di intermediazione che realizzano alti profitti su ogni lavoratore assunto, magari con un contratto a termine. I lavoratori impiegati con queste agenzie è di circa il 40 per cento e sono praticamente fuori dai contratti di lavoro. Pare che la Lonmin, cioè la società proprietaria di Marikana aggira il contratto nazionale – e quindi i minimi contrattuali – nel 30 per cento dei casi. Impala Platinum, un altro gigante del platino, fa ancora meglio, aggira i contratti nel 40 per cento dei casi. Anglo American Platinum nel 25 per cento dei casi. Gran parte di questi lavoratori ingaggiati dalle agenzie provengono dallo Zimbabwe, dal Mozambico e subiscono un razzismo feroce, dai loro colleghi nelle abbruttite situazioni delle Township e anche da parte delle aziende che approfittano della loro debolezza.

Se a tutto questo si aggiunge il fatto che molti politici dell’African National Congress, il partito di Mandela al potere con il presidente Jacob Zuma, hanno azioni delle multinazionali minerarie si capisce perchè la rabbia dei minatori sia incontenibile. E si capisce anche l’incapacità del governo di avere un ruolo in questa vicenda che, almeno, un merito ce l’ha: quello di avere fatto cadere il velo su un paese che doveva – e poteva – essere un modello

 

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