Bom dia Moçambique: un Paese che…

Questo è un popolo buono: i bambini ti guardano, attendono un cenno per entrare nella tua vita e solo allora, con un sorriso timido, salutano “bom dia”. Se passate qualcosa a qualcuno – che so, un documento, una chiave – la prenderà porgendo entrambe le mani a coppa e quasi con un inchino vi dirà: “obrigado”. Se stringete la mano a un interlocutore, questi lo farà appoggiando la mano libera sull’avambraccio. È una vecchia abitudine portoghese. I colonizzatori infatti pretendevano che al loro cospetto si presentassero indigeni con la mano ben in vista sull’avambraccio e non, per esempio, dietro la schiena, dove poteva impugnare un coltello.

Questo è un popolo che ha una storia. Una storia pesante, da dimenticare: secoli di colonialismo portoghese, uno dei più retrivi e repressivi, un’indipendenza raggiunta nel 1975 che ha dato il via a una delle guerre civili africane più lunghe e cruente. Solo dai primi anni novanta è arrivata, con gli accordi di Roma, la stabilità e la pace. Ma il governo del Frelimo, il vecchio movimento di liberazione, in venti anni non ha saputo dare al popolo la prospettiva di un cambio vero nella loro vita di miseria e di abbandono. In questo vasto paese ci sono poche città e immense regioni rurali che vivono ancora ai livelli del vecchio periodo coloniale, con poche infrastrutture e bassi livelli di accesso vero alla sanità.

Eppure il paese cresce. Cresce a livelli incredibili, con un tasso compreso tra il sette e l’otto per cento. E la crescita non si fermerà. Questo paese che sembrava senza risorse naturali (forse la stabilità è stata la conseguenza di questa condizione) si è invece rivelato un vero e proprio forziere: nella provincia di Tete c’è il più vasto giacimento di carbone di tutta l’Africa; è stata scoperta una riserva di gas naturale immensa; in Zambesia ci sono oro e pietre preziose.

Sarà, finalmente, la fortuna di questo popolo buono e mite? Tutto lascerebbe pensare che ancora una volta non sarà così. Sul “forziere-Mozambico” hanno puntato gli occhi tutti.

Prendiamo il caso del carbone nella provincia di Tete. La multinazionale brasiliana Vale e Rio Tinto hanno concessioni parziali per sfruttare le miniere. Ma i cinesi non sono certo contenti: dopo aver fatto diventare il loro paese una potenza ora devono fornire un benessere diffuso al loro miliardo di abitanti, che lo esigono, che comprendono ormai cosa rappresentano nel mondo: è anche un problema di stabilità interna, un modo, per i dirigenti, di non vedere vacillare il loro potere. Inoltre lo sviluppo della Cina conta ancora su un combustibile come il carbone, abolito in quasi tutto il mondo occidentale ma ancora una fonte energetica fondamentale in Cina.

La stessa cosa vale per l’oro, per il gas naturale, per le vaste regioni agricole vendute per produrre bio-combustibili. Le risorse generano conflitti e appetiti nei politici, nella classe che li gestisce, nelle lobby economiche. E in questi conflitti il popolo diventa una variabile, una carta da giocare. Nel Mozambico le cose oggi stanno in questo modo. La conflittualità è altissima, il futuro incerto, i timori tanti.

Per le strade il popolo continua a vivere in capanne di fango, legno e paglia e i bimbi salutano timidamente lo straniero: “tatà”, ciao.

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