Buone notizie per due paesi… anzi tre

La settimana che è appena passata si è chiusa con due buone notizie che riguardano due grandi paesi…anzi tre. La prima: Sudan del Nord e Sud Sudan hanno raggiunto una intesa sulla questione petrolifera che è uno dei grandi problemi che alimentano quella che ormai era diventata una guerra tra due stati lungo la loro contestata frontiera comune. Dopo il raggiungimento dell’indipendenza del Sud, tra i due paesi si è creata una situazione paradossale: la produzione petrolifera (che faceva entrare indispensabili risorse al nord e per il sud era l’unica voce delle esportazioni) si è bloccata. Motivo: il Nord non ha giacimenti di greggio ma ha oleodotti, strutture e il terminale di Port Sudan sul Mar Rosso. Il Sud ha il petrolio ma non ha sbocchi al mare, non ha strade e nemmeno oleodotti. Ora l’intesa raggiunta con la mediazione dell’ex presidente sudafricano Tabo Mbeki dovrebbe far riprendere la produzione e le entrate dei proventi a Khartoum e Juba. Il Sud pagherà un affitto delle strutture e il Nord pagherà al Sud il greggio che transiterà sul suo territorio. La pace però è un’altra cosa: Nord e Sud dovranno riprendere il negoziato per stabilire di comune accordo il percorso del confine che li divide. Proprio su quella frontiera sono situati i più ricchi campi petroliferi. Staremo a vedere…

La seconda buona notizia: gli Stati Uniti hanno tagliato 200 mila dollari di aiuti militari al Ruanda a causa di un rapporto dell’Onu secondo il quale Kigali sostiene gruppi di ribelli oltre la sua frontiera, nelle ricchissime regioni orientali del Congo (nel Kivu, per la precisione). Il rapporto dell’Onu sostiene e denuncia questioni risapute da tutti: il piccolo Ruanda dell’uomo forte Paul Kagame, che non ha risorse naturali ed è sovrappopolato, drena (utilizzando, finanziando, armando gruppi guerriglieri che spesso arruolano bambini) le principali risorse minerarie del Congo. Proprio nelle ultime settimane la perpetua guerra strisciante di queste regioni si è trasformata in un conflitto combattuto attivamente con assalti a villaggi indifesi e azioni coordinate. In poche settimane questa situazione ha prodotto almeno 260 mila profughi (vedi foto). Naturalmente i leader ruandesi hanno smentito le conclusioni del rapporto dell’Onu. Lo fanno sempre. Speriamo che Onu e Stati Uniti sappiano andare fino in fondo e, a fronte di prove (che non mancano), chiedano incriminazioni e/o sanzioni per chi alimenta la guerra.

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