Burkina a rischio caos

Gilbert Dienderè

La situazione si fa sempre più tesa in Burkina Faso, dove da giovedì scorso il potere è stato preso con un golpe da Gilbert Dienderé, che era stato capo di stato maggiore sotto il regime dell’ex presidente Blaise Compaoré. Sembrava che la mediazione dei paesi dell’ECOWAS dovesse sistemare le cose con una sorta di restaurazione, invece è entrato in scena un nuovo attore che non si pensava intervenisse, cioè l’esercito.

Adesso la capitale Ouagadougou è assediata, appunto, dall’esercito lealista che chiede la fine del golpe e il ritiro del Reggimento di sicurezza presidenziale, corpo d’élite e meglio armato, che ha messo in atto il golpe. Richiesta respinta da Dienderé.

Il leader dei golpisti, Dienderé, assicura che si atterrà alle decisioni dei mediatori. Come segno di distensione ha liberato il primo ministro Isaac Zida e il presidente di transizione, Michael Kafando, ma ha chiesto che l’esercito si ritiri dalla capitale.

C’è quindi un braccio di ferro tra lealisti e guardia presidenziale, quest’ultima fedele a Compaoré. Un accordo è sul tavolo e prevede l’amnistia per i golpisti, il ritorno delle autorità di transizione al potere e il reintegro nel processo elettorale dei sostenitori dell’ex presidente Compaoré. Dopo la destituzione di quest’ultimo il “Paese degli uomini integri”, sembrava avviato verso un processo democratico che sarebbe sfociato nelle elezioni dell’11 ottobre. Invece tutto è franato. Un golpe apparentemente inspiegabile, ma che alla fine è stato compreso: in pratica si trattava di un tentativo di restaurazione.

Le coincidenze sono tante e sospette. La data, innanzitutto, il 17 settembre. Proprio quella mattina dovevano essere resi noti i risultati dell’autopsia di Thomas Sankara, il primo presidente del Burkina Faso. Una morte, a detta dei familiari e di molti analisti ed esperti fuori e dentro il paese, molto sospetta: Tohmas Sankarà sarebbe stato eliminato in un complotto capeggiato, appunto, da Blaise Compaorè. L’inchiesta sull’assassinio di Sankara era stata proprio riaperta dal governo di transizione dopo l’insurrezione popolare dell’ottobre 2014.

Altra coincidenza. Il Consiglio nazionale di transizione, il Parlamento, ha votato l’ineleggibilità di tutti i sostenitori di Compaoré, spinti dal popolo che non ne può più del clan dell’anziano presidente. Ma non solo. La sommossa popolare è nata proprio per impedire ai sostenitori dell’ex presidente di modificare la Costituzione per consentirgli un terzo mandato.

Altra coincidenza. La commissione nazionale di riconciliazione e delle riforme, dopo sei mesi di lavoro, in un passaggio chiedeva proprio lo scioglimento del Reggimento per la sicurezza presidenziale. Privilegi, dunque, che vanno in fumo. Ora tutto è nelle mani dell’Ecowas, ma anche nel golpista Dienderé che dovrà accettare di andarsene per ripristinare nel Paese un clima tale da consentire le elezioni presidenziali e aprire la via democratica per il Burkina Faso, così come chiede a gran forza il suo popolo.

L’alternativa è il caos perché pare che la società civile e i giovani non intendano approvare in nessun modo la restaurazione, anche camuffata, del vecchio regime.

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