Burkina Faso: c’era una volta un presidente

imagesMentre gli avvenimenti in Burkina Faso non sono ancora del tutto definiti una cosa certa c’è: Blaise Compaorè non c’è più, ha lasciato il paese protetto dai militari che in questo momento, sembra, si stiano contendendo il potere.

Si sa che già la sera del 31 ottobre alloggiava con il suo abbondante entourage formato da familiari e fedelissimi all’Hotel President di Yamsoukrou, la capitale politica della Costa D’Avorio. Un testimone oculare ha fatto sapere che “il personale dell’Hotel ha servito all’ex presidente la cena e la colazione del mattino successivo”.

Mi immagino la scena. Mi immagino Compaorè accigliato, irritato, con poco appetito, sgarbato con tutti quelli del suo seguito, incredulo: “Ma come, esiste un Burkina Faso anche senza di me?” – si chiederà.

Conosce molto bene tutti quei personaggi – generali, colonnelli, militari in pensione – che ora cercano di ritagliarsi un posto al sole, cercano di sostituirlo, di dimenticarlo come se non fosse mai esistito. O, peggio ancora, come se fosse esistito e fosse lui il responsabile di tutto, come se fosse il male assoluto e loro i salvatori della Patria.

E’ offeso con tutti quegli ingrati che sono scesi in piazza. “Ma come, con tutto quello che ho fatto fatto per loro hanno osato pensare di poter fare a meno di me?”. E’ un uomo politicamente finito, ma non vuole accettare che il mondo possa andare avanti anche senza di lui e ha pensieri di vendetta; si augura che il suo paese finisca nel caos, che precipiti nella guerra civile, nella violenza. Così capiranno che solo lui poteva condurli, che solo lui poteva essere il loro presidente. Insomma, tutti i dittatori sono un po’ come Nerone. Gli uomini dai tempi degli antichi romani non sono cambiati poi molto.

E poi Blaise ce l’ha con gli europei, con la Francia in particolare, hanno lasciato che venisse messo da parte senza fare niente. La cosa che più lo irrita è il fatto che nelle ore cruciali dal Quai d’Orsay e dalle altre cancellerie europee nessuno ha voluto parlargli. Lui, che era la colonna della diplomazia di Parigi in Africa Occidentale, lui che ha elargito favori, che ha accettato di fare il “lavoro sporco” in mille occasioni. Alla prima occasione chiederà conto di questo inqualificabile comportamento…

Me lo vedo. Non ha appetito mentre camerieri e servitori gli ronzano intorno cercando di soddisfare ogni suo capriccio, ogni sua richiesta. Me lo vedo che si alza da tavola improvvisamente, indispettito dalle portate che non sono di suo gradimento, dal servizio che non è all’altezza, dal mondo che va avanti lo stesso. Me lo vedo allontanarsi negli immensi corridoi dell’Hotel President, solo, improvvisamente vecchio, sotto il peso dei suoi pensieri e con il rumore dei suoi passi ovattato dai tappeti e dalle moquette.

Del resto Yamsoukrou e l’Hotel President sono proprio lo scenario che gli si addice: Yamsoukrou è il villaggio natale di Felix Houphout Boigny che il padre della patria della Costa D’Avorio fece diventare la capitale politica del paese. Un villaggio con le strade a quattro corsie ma completamente deserte. Un villaggio nel quale fece costruire un aeroporto per fare atterrare il Concorde, ma con un traffico passeggeri ridicolo (seicento in tutto nel 2000). Un villaggio nel quale ha fatto costruire la copia esatta e in scala naturale della Basilica di San Pietro in Vaticano, con tanto di colonnato, vetrate disegnate, marmi e opere d’arte. Un villaggio nel quale fece costruire anche l’Hotel President, dedicato al presidente, a se stesso, naturalmente.

Un Hotel di super lusso ma anche questo completamente deserto, come tutto a Yamsoukrou. Un cimitero dei dinosauri. Il luogo adatto ai presidenti decaduti e che non riescono a farsene una ragione. La scenografia finale di un film sul rapporto degli uomini con il potere. Una relazione pericolosa, per gli uomini. A blaise, alla fine, è andata ancora bene. Al suo compagno nella foto d’apertura molto peggio.

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