Burkina: morto un Re se ne fa un altro

Issouf Sanogo/AFP/ Getty Images

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Pare che la crisi del Burkina Faso, innescata dal colpo di stato dei militari della guardia presidenziale, si avvii verso una composizione. La mediazione internazionale del presidente senegalese Macky Sall e di quello del Benin Thomas Boni Yayi, inviati dalla Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale, sembra abbia avuto successo.
Le disposizioni principali di una ipotesi di compromesso sono il ripristino delle istituzioni della transizione, col ritorno in carica del presidente deposto Michel Kafando, e l’organizzazione delle elezioni che dovevano tenersi ad ottobre spostate in avanti di solo un mese e fissate al 22 di novembre.
Tra le altre decisioni ratificate dalla mediazione ci sarebbe il ritiro immediato del governo militare compreso il primo ministro del presidente Kafando, Isaac Zida, che era stato arrestato durante il golpe e che era comunque un militare.
Infine , il progetto di compromesso prevede, naturalmente, l’adozione di una legge di amnistia per i militari coinvolti nel colpo di stato del 17 settembre e lascia ai futuri eletti autorità di affrontare la riforma dell’esercito e il futuro della Reggimento che ha fatto il golpe, cioè la Guardia Presidenziale di Blaise Compaorè.
Questa ipotesi di compromesso deve essere ora accettata da tutti gli attori della scena burkinabè: militari dai politici e dall’opposizione, comprese le organizzazioni della società civile.
Se le cose stanno così, e se il progetto di compromesso passerà (come è prevedibile) la crisi Burkinabè ha qualcosa di oscuro e incomprensibile: perché mai i militari avrebbero fatto il golpe? Oppure, perché mai dopo avere fatto il golpe accettano di far ritornare tutto come prima?
Evidentemente manca qualcosa. La proposta di compromesso contiene infatti due punti significativi che, nelle presentazioni all’opinione pubblica non vengono particolarmente sottolineati.
Il primo è che i candidati del partito dell’ex dittatore Comaporè, cui era stato impedito di presentarsi alle elezioni di ottobre, si potranno presentare a quelle di novembre.
Il secondo punto è che non viene definito il ruolo del generale che i golpisti avevano messo al potere, cioè Gilbert Diendèrè.
Dunque la mediazione ha di fatto accettato che nel futiuro del Burkina non si rompa completamente e drasticamente con il vecchio regime di Blaise Compaorè.
Resterà da vedere che risultati otterranno i candidati che, di fatto, rappresentano il vecchio regime e il sistema di potere della dittatura. E resta anche da vedere se questi candidati (che al momento sono diversi e non si capisce bene quali potranno prendere il sopravvento su altri) verranno caldeggiati, promossi, protetti, aiutati dai militari.
Insomma dall’uscita di Blaise Compaorè dalla scena politica del Burkina Faso il paese ha passato una rivoluzione e due colpi di stato. Questi ultimi hanno praticamente quasi azzerato la rivoluzione. Nel futuro del paese ci potrà essere un nuovo dittatore, voluto dai militari e in forte continuità con il vecchio regime. Morto un Re se ne fa un altro.

1 comment for “Burkina: morto un Re se ne fa un altro

  1. pietro
    22 settembre 2015 at 13:07

    Ancora approssimazioni e predizioni ambiziose… smentite in meno di un giorno dai fatti.
    La mediazione internazionale un “successo” ? Il suo risultato è che oggi (22 settembre) l’esercito regolare si riunisce alle porte di Ouagadougou… per cacciare i putchisti dell’RSP

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