Burundi e Burkina la dura vita dei dinosauri del potere

Burundi e Burkina la dura vita dei dinosauri del potere

Due fatti gravissimi fanno temere per il futuro del Burundi. Il primo è il lancio in un mercato di alcune granate che hanno ucciso nove donne. La seconda è l’assassinio in un agguato di Zedi Feruzi, leader del piccolo partito d’opposizione Unione per la pace e la democrazia, ucciso insieme al suo autista. Secondo un testimone di questo agguato gli aggressori erano uomini della guardia presidenziale.

Questi avvenimenti hanno portato alla decisione di varie figure dell’opposizione di nascondersi per timore di essere colpite a loro volta e a considerare impossibile il dialogo che le Nazioni Unite avevano chiesto al presidente Nkurunziza e ai principali oppositori.
Questi avvenimenti, le dichiarazioni e le posizioni che hanno prodotto fanno pensare che non ci siano più margini per la trattativa, o per la spartizione del potere e si viaggi invece verso uno scontro frontale dalle conseguenze imprevedibili.

Le vicende del Burundi dimostrano che, ancora oggi, in buona parte dell’Africa il potere è assoluto o non è. Non ci sono negoziati che tengano. Oggi però comincia a profilarsi qualcosa di nuovo. Di solito uno scontro come quello che sta prendendo forma in Burundi si risolveva con la vittoria di una parte e l’annientamento dell’altra. I protagonisti erano solo i due contendenti mentre il popolo, la società civile, fungevano solo da comparse presenti ma inutili.

La novità è che la piazza, cioè la gente, il popolo, i giovani, le associazioni a volte finiscono per rappresentare l’ago della bilancia. E’ accaduto in Burkina Faso con il rovesciamento e la fuga del dittatore Blaise Compaorè. La politica e i militari si erano rassegnati all’ennesima composizione di una crisi, ma la piazza no: giovani e popolo hanno continuato a protestare in piazza fino a che è diventato chiaro che l’era Compaorè era finita e l’inamovibile dittatore costretto a fuggire sebbene appoggiato, fino alla fine, dalla Francia e dall’Europa.

Per inciso anche in Burkina Faso la crisi era nata perchè Blaise Compaorè voleva correre per un ennesimo mandato presidenziale che la costituzione non gli concedeva più. Come in Burundi.

La foto che vedete in apertura di questo articolo racconta quel che avvenne in Burkina Faso molto meglio di analisi e articoli di studiosi e giornalisti: è l’occupazione degli studi televisivi a Ouagadougou da parte dei manifestanti che, con in mano un simbolo della protesta di quei giorni, hanno voluto farsi fotografare con lo sfondo del TG di tutte le sere che osannava e celebrava Blaise Compaorè.

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