Burundi: le ambiguità della diplomazia

foto reuters

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situazione in Burundi continua a preoccupare. Anche l’Onu ha dovuto farsene carico e ha discusso e, alla fine votato, una risoluzione che non prevede sanzioni nei confronti dei responsabili delle violenze di questi mesi ma solo un blando appello al dialogo che i contendenti hanno finora mostrato di non essere interessati ad intavolare.
Ciò che la comunità internazionale dovrebbe fare è qualcosa di più radicale e più comprensibile, cioè lanciare un messaggio chiaro e inequivocabile ai responsabili, primo fra tutti il presidente Nkurunziza che, in sfregio alla costituzione, ha voluto presentarsi per la terza volta alle elezioni presidenziali.
La risoluzione dell’Onu invece sembra alla fine concedergli la possibilità di rimanere al potere, riconosciuto e approvato, a ricoprire la massima carica dello stato.
La risoluzione infatti è stata approvata all’unanimità al Palazzo di Vetro di New York e il testo dà 15 giorni di tempo al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e al suo inviato Jamal Benomar per esprimere un parere sulla possibilità dell’invio nel paese africano di una forza militare e di polizia sotto le bandiere delle Nazioni Unite.
Come sottolineato da fonti diplomatiche, tuttavia, un eventuale decisione in questo senso dovrebbe essere oggetto di una nuova risoluzione o di un’autorizzazione da parte del governo del presidente Pierre Nkurunziza (che con l’occasione si vedrebbe riconosciuto tacitamente dall’Onu). Il testo della risoluzione, presentato dalla Francia, sarebbe stato condizionato dalla necessità di un compromesso con Cina e Russia, membri del Consiglio di sicurezza con diritto di veto che non disdegnano, evidentemente, Nkurunziza che, probabilmente, avrà promesso alle loro imprese concessioni e appalti nel paese.
Come noto in Burundi è in corso una crisi politica e sociale acuita dalla rielezione di Nkurunziza, nel luglio scorso, per un terzo mandato. Proteste di piazza, disordini e repressione da parte di esercito e polizia hanno già provocato centinaia di morti.
In questo casi l’unco linguaggio che la comunità internazionale deve parlare è che un presidente che non si può candidare deve lasciare il potere pena la messa al bando da parte della diplomazia. Se non lo si fa in modo netto le conseguenze saranno che altri presidenti si sentiranno autorizzati a rimanere al potere in eterno, con gravi ripercussioni per la sicurezza e la democrazia.

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