Chez Margot

Appunti di viaggio. Della serie “Hotel d’Africa”. Lo scritto che segue è la continuazione di quello di ieri…

Kinshasa, capitale del Congo. Scartato l’hotel Intercontinental, nel centro della città, per l’astronomico costo di un pernottamento, mi decido a chiedere al tassista di indicarmi un Albergo economico: “Pas probleme”, risponde lui sicuro, e parte a razzo verso la periferia della città. Dopo qualche chilometro comincio a preoccuparmi, siamo ormai nel pieno brulicare di una baraccopoli e finalmente la vettura si ferma. Non vedo nessun hotel, ma l’autista insiste, mi tira giù il bagaglio e si dirige deciso verso una casupola in mattoni traforati rossi. E’ solo ad un passo dalla porta sgangherata in assi di legno che mi accorgo di una scritta su un asse trasversale della porta: “Chez Margot”. Ormai sono praticamente all’interno di quello che dovrebbe essere un albergo: guardo irritato il taxista che mi trotta davanti con i bagagli: “economico, ti avevo detto – sussurro sottovoce in italiano, per non farmi sentire – ma non intendevo così”. Penso maligno che i proprietari devono essere suoi parenti. Lui continua a guidarmi lungo uno stretto corridoio scuro finché non ci si para davanti un donnone. La deduzione è facile: si tratta di Margot, la proprietaria. Con un sorriso smagliante che illumina l’ambiente mi dice che, su telefonata del tassista, mi ha riservato la camera migliore, si volta e mi fa strada. Ed eccola, la camera: un rettangolo 3×2 con una branda di metallo e un materasso troppo piccolo per coprire la rete che dovrebbe sostenerlo. Unico pezzo d’arredamento una sedia e un consunto tappetino a terra.Chiedo del bagno e Margot con un sorriso mi indica un gabbiotto di legno in cortile e poi cambia subito discorso: “E’ compresa la prima colazione” – si affretta a comunicarmi. “Sono commosso” – vorrei rispondergli. Il tassista lascia i miei bagagli in camera, Margot mi augura buona notte con il solito “sorriso dourbans” e resto da solo in quella che mi sembra la cabina di un ascensore durante un trasloco. Quando chiudo la porta mi accorgo di non avere chiesto informazioni su un importante dettaglio: non c’è la luce. Riapro la porta per orientarmi con quella del corridoio, ma un attimo dopo anche il corridoio piomba nel buio. Non mi resta che andare a letto. Sposto i bagagli e senza nemmeno svestirmi mi corico. Proprio mentre sto per sprofondare nelle braccia di Morfeo, in quel momento magico tra il sonno e la veglia, i miei timpani vengono perforati da qualche migliaio di decibel sparati a manetta proprio appena oltre la fragile parete di legno che mi separa, presumo, dall’altra camera. Esco in corridoio, cerco di individuare l’epicentro di quel frastuono e scopro a pochi passi da me una flebile luce prodotta da alcune candele e una lampada a gas. Nella piccola stanza sono accalcate una decina di persone e un numero indefinito di bambini. Margot campeggia nel locale e col suo sorriso smagliante mi dice che è il suo compleanno. Se non ho sonno – dice – sarebbe felice della mia partecipazione alla sua festa, senza sovra prezzo, naturalmente. “Certo, non ho sonno”, come dire di no a Margot…

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