Clima: un problema di povertà e ricchezza

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Parigi. La Conferenza sul Clima, è l’ultimo appuntamento mondiale utile per raggiungere un accordo globale sulle emissioni. Di fatto si tratta di un accordo sul consumo di fonti di energia inquinanti, quelle che hanno permesso all’Europa e all’Occidente in genere di guidare la storia mondiale e di risultare la civiltà più avanzata e, di conseguenza, vincente in termini di dominio industriale, tecnologico, militare, commerciale ed economico.
Di conseguenza la conferenza di Parigi è un confronto, un negoziato tra paesi poveri e paesi ricchi, cioè tra paesi che si sono sviluppati e paesi che si devono sviluppare. Certo, un confronto tra paesi.
Ma questa conferenza è anche di più: paesi ricchi e paesi poveri non spiega tutto perché oggi le nostre società, anche nei paesi sviluppati, sono fatte da individui ricchi e individui poveri e, come spiegano gli ultimi dati e le ultime analisi, il divario è in crescita.
Il 10% degli abitanti più ricchi del pianeta emette oltre la metà di emissioni di CO2, mentre la metà più povera è responsabile di appena il 10% dei gas serra: dati eloquenti, diffusi dall’organizzazione non governativa internazionale Oxfam ripresi dall’agenzia Misna.
Speriamo servano da pungolo agli oltre 150 capi di Stato e di governo riuniti a Parigi.
“Gli individui ricchi e i grandi emissori di CO2 devono essere ritenuti responsabili delle loro emissioni. I paesi in via di sviluppo debbono fare la loro parte, ma spetta ai paesi ricchi indicare la strada e assumersi le conseguenze disastrose dei loro modelli di sviluppo e di consumo” si legge nel rapporto – intitolato “Disuguaglianze estreme ed emissioni di CO2.
Più in dettaglio, una persona fra l’1% delle più ricche al mondo genera in media 175 volte più CO2 di una persona che rientra fra il 10% dei più poveri.
La Conferenza, ammoniscono da tempo scienziati e ambientalisti, è “l’ultima chiamata” utile per raggiungere, per la prima volta in vent’anni, un accordo vincolante e universale sul clima per mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia dei 2°C rispetto all’era preindustriale (1850 circa): un’intesa che vada a sostituire il Protocollo di Kyoto – redatto nel 1997 e mai ratificato dagli Stati Uniti – scaduto nel 2012 ma esteso fino al 2020 (Kyoto 2).

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