Congo: arresti e proteste a Kinshasa… come volevasi dimostrare

Come volevasi dimostrare è esplosa la violenza nella Repubblica Democratica del Congo. Secondo le Nazioni Unite, circa trenta civili sono stati uccisi in scontri con la polizia a Kinshasa nelle ultimissime ore. Migliaia di manifestanti si sono riversati nelle strade della capitale per chiedere le dimissioni del presidente Joseph Kabila, che non vuole lasciare nonostante il suo secondo e ultimo mandatosia sia scaduto due giorni fa.

Era tutto atteso. La Repubblica Democratica del Congo era una bomba ad orologeria programmata per esplodere il 19 di dicembre, giorno in cui scadeva il mandato presidenziale di Joseph Kabila che, si sapeva anche questo, non si sarebbe fatto da parte.

Il pretesto con il quale pretende di rimanere al potere è che il paese non è in grado, dal punto di vista amministrativo e logistico, di affrontare una consultazione. Ci vuole una riforma e una nuova organizzazione – dice- e fino ad allora dunque niente elezioni e congelamento della situazione attuale. Di fatto tutti sanno che in questo lasso di tempo farà emendare la costituzione eliminando l’articolo che limita i mandati. Un copione già messo in scena da altri presidenti-dinosauri africani: Paul Kagame, in Ruanda, Sassu N’Guesso in Congo-Brazzville, Musseweni in Uganda.

Il Congo-Kinshasa però è tutta un’altra storia: paese ricchissimo di materie prime, ambito da molte potenze internazionali, e con una società civile particolarmente preparata, vivace ed esigente. Kabila in questi anni ha aperto alla Cina e alle economie orientali. Le multinazionali occidentali hanno molti buoni motivi per caldeggiare il cambiamento. In queste ore a Kinshasa, oltre alla democrazia, c’è in gioco anche questo.

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