Congo. Il tabù dei confini

Un tempo i confini africani usciti dalla decolonizzazione erano intoccabili. Poi ci fu il referendum per l’indipendenza dell’Eritrea e la separazione di questo paese dall’Etiopia divenne realtà. Dieci anni dopo fu la volta del Sudan che per effetto, anche in questo caso, di un referendum si spaccò in due rendendo indipendente il Sud Sudan. Il tabù dell’inviolabilità dei confini africani era stato abbattuto. Chi sarà il prossimo?

C’è in realtà una situazione di grande instabilità politica che potrebbe essere candidata a mettere in scena la prossima revisione dei confini africani. Sto parlando della Repubblica Democratica del Congo. Per ora si tratta di fantapolitica, ovviamente. Ma chi avrebbe mai detto che proprio in una regione sensibile come il Corno D’Africa potesse nascere una nuova entità nazionale? E dieci anni fa chi mai avrebbe ipotizzato che il Grande Sudan potesse spaccarsi a metà e dare vita a due paesi? In Politica – e ancor più in diplomazia – la parola “impossibile” non esiste.

Del resto il Congo è un paese immenso, con una capitale – Kinshasa – geograficamente e politicamente lontanissima dall’estremità orientale del paese, cioè da quelle regioni che costituiscono uno dei luoghi più ricchi del mondo e, allo stesso tempo, una delle regioni più turbolente del pianeta con una eterna guerra strisciante che in dieci anni ha fatto diversi milioni di morti.

Naturalmente non basta questo per una scissione. Il mondo è pieno di governi che non controllano pienamente i loro vasti territori. Ma nel caso del Congo c’è un motivo in più per pensare che quelle regioni orientali potrebbero non dipendere in eterno da una capitale che sta oltre una impenetrabile foresta primaria, che non ha nemmeno una strada che la metta in comunicazione con una parte del proprio territorio.

Il motivo in più si chiama Ruanda. Da questo piccolo, insignificante paese – grande all’incirca come il Piemonte – hanno avuto origine i grandi eventi storici e politici che hanno investito il Congo negli ultimi decenni. Tanto per cominciare il guerrigliero Laurent Kabila che nel 1997 rovesciò dopo 32 anni di potere, il dittatore Mobutu Sese Seko, era sostenuto da Kigali e probabilmente aveva formato e addestrato il suo esercito oltre la frontiera che separa i due paesi. In secondo luogo la guerra combattuta nell’Ituri, nel Nord e nel Sud Kivu che passò sotto la azzeccata definizione di “prima guerra mondiale africana” utilizzava formazioni guerrigliere sostenute dal Ruanda e dall’Uganda e vide anche la partecipazione diretta di questi due paesi che si contendevano diamanti, oro, cobalto, rame, coltan, uranio di cui il Congo è ricchissimo.

Infine c’è una questione oggettiva, geografica ed economica insieme, che esercita una influenza non indifferente: da una parte c’è un piccolo ma aggressivo paese, governato da un uomo forte come Paul Kagame che esercita un potere che va ben oltre il suo territorio e che, si potrebbe dire, gli va stretto: il Ruanda è il paese più densamente abitato di tutta l’Africa. La popolazione non ha più terra coltivabile e il contrasto tra Tutsi e Hutu ha anche una origine, diciamo così, agricola. La popolazione, in sostanza, si contende il terreno coltivabile che non è sufficiente per tutti i circa 12 milioni di abitanti.

Dall’altra parte c’è il Congo: immenso, con vaste aree poco abitate, scarsamente controllato dal potere centrale, con le regioni orientali al confine con Ruanda e Uganda abitate in buona parte da Banyamulenge, nome che esprime i fuggiaschi tutsi dei vari conflitti etnici ruandesi che si sono installati in Congo divenendo una vera e propria etnia locale.

In sostanza il Ruanda, forte politicamente e militarmente, ha bisogno di terra e la terrà è lì, appena oltre il confine, abitata da popolazioni di origine ruandese e poco controllata dal legittimo governo del Congo.

Il Ruanda, e il suo “uomo forte”, in questi anni non sono stati con le mani in mano: hanno sostenuto (a volte li hanno addirittura fatti nascere) movimenti guerriglieri di militari tutsi che facessero gli interessi, nel territorio congolese, della popolazione di origine ruandese e soprattutto che drenassero ricchezze minerarie a favore di Kigali.

Oggi, ad esprimere gli interessi ruandesi in Congo, c’è il Movimento del 23 Marzo (M23) che in più di una occasione ha visto i suoi leader lanciare dichiarazioni velatamente secessioniste associate alle critiche di sempre al governo di Kinshasa: malgoverno, corruzione, incapacità di sfruttare le risorse e svendita del paese a potenze straniere. Insomma il solito ritornello: Kinshasa non è capace di gestire il paese soprattutto a causa della vastità del territorio e di un governo eccessivamente centralizzato. Chi ha orecchie per intendere intenda!

 

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