Congo. La guerra del Kivu, ovvero: il business della pace

imagesLeggo oggi sulle agenzie che sara’ firmato il prossimo 24 febbraio ad Addis Abeba, alla presenza del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, l’accordo che dovrebbe porre fine alle violenze nella Repubblica Democratica del Congo. Il piano prevede un impegno maggiore della forza di pace, Monusco, e dei paesi limitrofi a non ”sostenere, finanziare o ospitare qualsiasi gruppo o individuo armato che destabilizza il paese. L’accordo sara’ sostenuto da Rdc, Ruanda, Uganda, Burundi, Angola, Congo, Sud Africa e Tanzania. E anche previsto l’invio di ulteriori duemila e cinquecento caschi blu con un mandato operativo: contrastare i ribelli del movimento 23 Marzo (M23) e altri gruppi antigovernativi.

Fin qui la notizia che è, come sempre, asettica al punto da rasentare la disinformazione, anzi la propaganda. Il Movimento M23 (come il movimento di Laurent Nkunda prima di questo) è sostenuto e armato da alcuni paesi, nello specifico Ruanda e Uganda, che firmeranno questo accordo.

Il Ruanda in primo luogo, e anche Uganda, continueranno ad avere bisogno di destabilizzare e influenzare la politica nelle regioni orientali del Congo. Potrà esserci un accordo per cancellare l’M23 e lasciare che il suo capo, Bosco Ntaganda, sia incriminato dalla Corte Internazionale, ma immediatamente dopo nascerà un altro movimento e un altro leader che garantirà il drenaggio di materie prime come oro, coltan, cassiterite oltre la frontiera congolese a favore dei paesi limitrofi.

Nella notizia della firma di un accordo non si dice che la Monusco è una forza internazionale di oltre diciassette mila caschi blu. E’ la più grande forza di pace che l’Onu ha dispiegato sul terreno. Con un mandato adatto, regole di ingaggio utili e armi adeguate potrebbe contrastare qualunque gruppo guerrigliero locale (l’M23 oggi e quello di Nkunda prima erano composti da circa duemila combattenti). Invece la Monusco non contrasta mai questi gruppi guerriglieri: non ne ha il mandato, è una forza di interposizione e di controllo.

Il problema è che in quella cruciale regione non c’è un accordo globale per lo sfruttamento delle materie prime tra le grandi imprese delle principali potenze mondiali, gli emergenti BRICS e i vecchi paesi coloniali e il Nord America.

Se ci fosse un accordo globale la precarietà, la guerra strisciante, la guerra combattuta, le violazioni dei diritti umani, le centinaia di migliaia di profughi sballottati da una parte e dall’altra scomparirebbero immediatamente. Invece, da una parte e dall’altra, vengono cinicamente considerati una variabile del conflitto da usare contro i propri avversari, anzi concorrenti.

C’è poi da tenere conto che oltre all’oro, all’uranio, al coltan, ai diamanti c’è un altra risorsa nella regione che certamente arricchisce qualche grande impresa nel mondo.

Sto parlando della Monusco, la missione di pace dell’Onu. Quasi ventimila caschi blu provenienti da diverse parti del mondo che devono mangiare, che devono essere vestiti e armati, che devono viaggiare, che devono essere spostati, dispiegati, alloggiati. Quanto costano? Quali sono le imprese che forniscono catering, vestiario, carburante, logistica? Chi incassa le spese di un tale impegno? Come vengono ripartite?

Se poi si tiene conto che quella missione (la più grande e impegnativa delle Nazioni Unite, vale la pena ricordarlo ancora) non è riuscita, non dico a contrastare la guerra, ma nemmeno a disinnescare i contrasti e i motivi che la alimentano, allora si deve concludere che tra risorse minerarie e il businnes della guerra (o della pace), la regione dei Grandi Laghi è una sorta di grande forziere colmo di ricchezze al quale attingono tutti eccettuata la popolazione locale.

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