Cooperazione, la longa manus della diplomazia

imagesLa notizia ha già fatto il giro dell’opinione pubblica interessata, degli addetti ai lavori e senz’altro anche dei politici. Sto parlando dell’annuncio da parte di Medici Senza Frontiere della chiusura di tutti i suoi programmi in Somalia dopo 22 anni di presenza continua.

Personalmente non esito a definire questa notizia il vero segnale dell’inizio del nuovo corso in Somalia. Certo, c’è stata la sconfitta degli Shebab, c’è stato il nuovo presidente e il nuovo governo ma il fatto che Medici Senza Frontiere chiuda è anche il segno che la Somalia del futuro non sarà più così sensibile ai richiami occidentali, sia per la propria politica estera e regionale, sia sul piano interno.

Sono fermamente convinto che la cooperazione e gli aiuti internazionali siano anche una sorta di longa manus della politica estera delle potenze mondiali. Lo dico laicamente e con grande realismo.

E’ un dato di fatto: di solito gli aiuti umanitari sono gratis, ma il paese che li elargisce (in forma diretta o attraverso progetti delle ONG) si aspetta una qualche forma di ritorno (contratti, concessioni, relazioni privilegiate, una politica estera favorevole).

Da questo punto di vista Medici Senza Frontiere ha fatto un grande servizio all’Occidente e alla Francia, paese dove l’organizzazione ha la sede più importante, pur essendo belga.

Ai tempi della guerra civile e poi della missione Restore Hope, e poi ancora della Somalia perduta dei signori della guerra, Medici Senza Frontiere ha svolto un ruolo umanitario insostituibile in Somalia. Personalmente sono stato loro ospite in momenti di forte tensione e sono testimone della grande capacità e professionalità delle loro equipe.

Per MSF in Somalia lavoravano oltre 1500 persone che fornivano una vasta gamma di servizi sanitari di base gratuiti per le patologie locali: malnutrizione, salute materna, epidemie, campagne di vaccinazioni, fornitura di acqua e generi di prima necessità. Gli operatori sapevano offrire questi servizi anche in situazioni di grande rischio.

Oggi MSF chiude per – e cito testualmente dal loro comunicato – “il peggioramento delle condizioni di sicurezza…a causa dei gravi attacchi al proprio personale in un contesto dove gruppi armati e autorità civili sempre più sostengono, tollerano o assolvono l’uccisione, l’aggressione e il sequestro degli operatori umanitari”.

In realtà la Somalia è sempre stata insicura. Oggi lo è molto meno del passato, almeno sulla carta: c’è un governo, c’è un presidente riconosciuto, l’aeroporto ha ripreso a funzionare con continuità.

Il fatto è che in effetti c’è stato un profondo, radicale cambiamento. La pacificazione è stata realizzata grazie a grossi e interessati investimenti (politici ed economici) di potenze non occidentali come il Qatar e la Turchia. E anche il sistema della cooperazione è stato praticamente sostituito da quello che arriva dal Mondo Arabo e dalla Mezza Luna Rossa, equivalente arabo della Croce Rossa Internazionale.

E’ comprensibile che MSF si sentisse meno “coperta” politicamente anche se, paradossalmente, la Somalia è molto più sicura oggi che all’inizio degli anni duemila. E’ anche comprensibile che la Somalia sia diventata un obiettivo di alcune potenze arabe emergenti: ai tempi di Siad Barre questo paese era l’unico del continente africano ad avere una popolazione totalmente di religione islamica e l’unico ad essere membro della Lega Araba.

Così, per molti aspetti, la decisione di Medici senza Frontiere segna un momento di passaggio e conferma la teoria che cooperazione e sistema degli aiuti umanitari sono anche una sorta di longa manus della politica estera.

Il che non significa affatto denigrare gli utilissimi servizi sanitari che MSF ha offerto in Somalia e continua ad offrire in molti aree di crisi nel mondo.

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