Della serie: bianchi, indigeni europei

Ero ospite in una bella casa sulla laguna di un italiano che aveva lasciato il suo paese e si era trasferito armi e bagagli in Africa, nel paese della donna che aveva sposato. Abitava in una bella villa, la moglie era una bellissima ragazza, l’attività che era riuscito ad impiantare sul posto funzionava. Insomma non c’erano particolari motivi di preoccupazione ma Gigi (il nome naturalmente è inventato) non era felice. Lo angustiava il fatto che si sentiva sfruttato da lei e soprattutto dalla sua famiglia.  L’avvenimento che quel giorno lo aveva fatto andare fuori dai gangheri sarebbe stato anche comico se per lui non fosse stato un vero e proprio insulto, una offesa. Quando me lo raccontò stentai a non ridere.

Era tornato a casa dal lavoro per la pausa di mezzogiorno. Si era sfilato le scarpe, si era sdraiato sul divano e stava per abbandonarsi ad un sonnellino ristoratore prima di tornare in ufficio. Tra il sonno e la veglia aveva visto entrare un giovane dinoccolato che si era guardato in giro, lo aveva visto sul divano, lo aveva puntato. Passando si era fermato, aveva sfilato un piede dall’infradito, lo aveva piazzato dentro la scarpa corrispondente. Ci stava alla perfezione, ci infilò anche l’altro. Mosse qualche passo avanti indietro. Si fermò compiaciuto. Si, gli stavano proprio alla perfezione. Soddisfatto si allontanò con le scarpe ai piedi, lasciando le infradito in eredità all’uomo bianco che faceva finta di dormire sul divano.

Per Gigi quell’avvenimento era la goccia che faceva traboccare il vaso. Ne aveva subite di tutte: cugini che lui non aveva mai visto che entravano in casa, aprivano il frigorifero e mangiavano. Altri che trovava dormienti su una poltrona. Squadre di donne (figlie o mogli o sorelle di questo o di quello) che invadevano la cucina e preparavano cibo (con la sua spesa) per intere famiglie allargate. Bambini che razzolavano per casa. E poi il giovane dinoccolato delle scarpe che era solo l’ultimo caso di parente sconosciuto che si sentiva padrone del suo guardaroba: ah! Quanti jeans, orologi, occhiali da sole avevano fatto quella fine, magari richiesti in prestito e mai più tornati…

Gli dissi che si, era tutto un po’ esagerato, ma doveva capire che di fondo c’è una questione culturale: per un africano il legame familiare è fortissimo, indissolubile. Se un membro della famiglia fa fortuna, tutta la famiglia ne gode. In genere questo legame è così forte che non c’è nemmeno da discutere: chi ha fatto fortuna (in questo caso la ragazza che ha sposato un bianco che – altro luogo comune – è per forza ricco) non deve nemmeno razionalizzare, semplicemente si comporta come se tutta la famiglia avesse fatto un salto di qualità nella scala del benessere materiale.

Ho visto diverse relazioni sentimentali saltare proprio su questo punto: l’incapacità di considerarsi diversi e la consapevolezza che due culture che vengono in contatto non necessariamente si incontrano. Quando accade – nelle relazioni sociali e anche in quelle individuali – è un arricchimento per tutti. Del resto basta constatare come nella storia le civiltà vincenti sono quelle che hanno saputo fare della diversità e dell’incontro tra culture un valore.

 

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