Ditelo con un fiore… ma non con una rosa

Sulle coste del bellissimo lago Naivasha, in Kenya, sono sorte una infinità di serre che producono quasi novanta milioni di fiori recisi all’anno, tutti destinati al mercato europeo. Un businnes immenso che, sulla carta, dovrebbe creare occupazione per la popolazione locale. In realtà i lavoratori delle serre guadagnano l’equivalente di circa 60 centesimi di euro al giorno, senza nessuna copertura sanitaria e senza diritti sindacali.

La conseguenza principale dell’avvento di questa nuova industria è stato invece il fatto che a migliaia di pescatori è stato impedito l’accesso al lago monopolizzato dalle aziende che coltivano i fiori e che hanno necessità di grandi quantità di acqua per l’irrigazione, tanto che il livello del lago si abbassa ogni anno. Il ricorso a pesticidi e fertilizzanti, poi, sta danneggiando la biodiversità della zona, inquinando l’acqua e i terreni.

Il businnes dei fiori è enorme, si stima di circa 40 miliardi di dollari a livello mondiale. In Africa il paese che si propone come leader del mercato nel continente è l’Etiopia che da questo businnes ricava circa 170 milioni di dollari all’anno, cioè oltre il 10% del proprio export complessivo.

Il 90% dei fiori sono rose e il 90% di queste viene esportato in Olanda, anche con più voli giornalieri. Ma il dato che veramente fa riflettere è il fatto che il 97% del prezzo pagato al dettaglio in Olanda non rientra in Etiopia.

Dunque un businnes per tutti meno che per i lavoratori etiopici. Se si tiene oltretutto conto che l’Etiopia è uno dei paese con il reddito pro-capite più basso dell’Africa (nonostante la dirompente crescita economica) e che inoltre questo paese è leader in quel fenomeno disastroso che è il Land Grabbing, cioè la vendita della terra, si comprende che quello dei fiori è un altro di quei businnes che concorrono a quello che ormai in molti definiscono uno sviluppo drogato.

1 comment for “Ditelo con un fiore… ma non con una rosa

  1. Piero
    31 ottobre 2012 at 00:34

    All’inizio del post hai fatto riferimento al Kenya, poi all’Etiopia. So che entrambi i paesi sono all’avanguardia nella produzione di fiori recisi ma forse può esserci confusione vedendoli affiancati nello stesso articolo.
    Purtroppo si prevede che il fatturato aumenti ancora (addirittura triplichi secondo questa notizia http://ethiopiaforums.com/ethiopia-flower-earnings-may-surge-by-2016-growers/6480/).
    Sono stato due anni fa nella zona di Naivasha e ho avuto l’avventura di visitare una di queste “fabbriche” impressionanti per estensione e per organizzazione.
    Vengono realizzati interi “villaggi abitativi” per i lavoratori e le loro famiglie, incluse scuole e servizi sanitari di base. Ma al di là di questi apparenti benefici chi lavora presso queste aziende è legato mani e piedi al destino della “fabbrica”, la sua vita scorre dal compound al lavoro senza possibili alternative.
    Dal punto di vista ambientale il consumo di acqua e l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti minano pesantemente la sostenibilità di questo “sviluppo”.
    Ma quello che mi fa più rabbia è che ancora una volta si dimostra che quando gli interessi in gioco sono i capitali privati di grandi aziende, allora anche in Africa le cose funzionano e sono efficienti: ecco quindi che ad esempio la CocaCola arriva anche dove non ci sono acqua potabile e medicine e – allo stesso modo – la logistica dei fiori recisi è perfetta e senza difetti: i fiori viaggiano con regolarità tra l’Africa e l’Olanda senza appassirsi, mentre lo sviluppo vero e duraturo in Kenya e in Etiopia non attecchisce.

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