Donne e Africa

La dottoressa Colette è la classica donna africana: piccola, con un viso che ispira immediatamente simpatia e l’espressione serena di chi è in pace con la vita. Colette ha studiato in Italia, ma poi ha voluto tornare nel suo Congo. Le risultava inaccettabile non mettere al servizio dei suoi compatrioti le competenze che aveva acquisito nel nostro paese. Quando la conobbi mi raccontò che al liceo, in Italia, negli anni settanta, non aveva una compagna di banco perché era nera. Poi, forte dei suoi frequenti viaggi in Italia, si affrettò a rassicurarmi: “Oggi non sarebbe più così”. Mi disse, però, di essere certa che oggi le donne africane in Italia hanno gli stessi problemi che aveva lei a quei tempi. Incuriosito le chiesi quali e la risposta fu sorprendente: “veniamo da una cultura nella quale i bambini sono sacri, almeno quanto lo sono gli anziani, e qui troviamo una realtà alla quale facciamo fatica ad abituarci”. Mi spiegò che per una donna africana è intollerabile vedere uomini e donne anziane rinchiuse in ospedale con figli e nipoti che vanno a trovarli per poche ore, che non mangiano con loro, che non li mettono al corrente degli affari di famiglia e non richiedono e rispettano la loro opinione.

Come pure – mi disse – è inaccettabile, quasi doloroso vedere i giardini delle vostre belle ville fuori città deserti, senza bimbi. Prati curati, protetti, abbelliti da giochi e statuette ma vuoti come se si trattasse di case disabitate, come se si trattasse di un paese senza bambini”.

Quelle riflessioni mi colpirono. Erano i pensieri di una donna con un atteggiamento positivo di fronte alla vita, una donna che considera il futuro una chances e che vede quella sua visione minacciata da una società che invece tende a chiudersi su se stessa. Una società nella quale non si vedono bambini e dove gli anziani non sono quel serbatoio di esperienza che garantisce una continuità con il passato ed evita lacerazioni.

In seguito mi resi conto che gli aspetti della nostra società che colpiscono un po’ tutte le donne africane sono gli stessi di cui in quella occasione mi aveva parlato Colette. Per molte di quelle che arrivano in Europa è un trauma passare da una situazione sociale che si regge sulla solidarietà, sul fatto che i bambini sono figli della propria mamma ma è tutta la società che è delegata ad occuparsene, ad una situazione in cui una donna con un figlio è una sorta di “handicappata” nel mondo del lavoro che, se ha fortuna di conservare la propria occupazione, deve dedicare una buona parte di ciò che guadagna per fare accudire il proprio bambino. Una società spietata agli occhi di una africana, che rinnega la vita a favore di un sistema produttivo che è il vero dio di uomini e donne.

In diverse altre occasioni mi vennero in mente le parole di Colette. Non si tratta, infatti, solo di questioni individuali ma di due visioni del mondo contrapposte: da una parte quella di una società prudente, moderata che tende a difendere ciò che ha acquisito, e considera il futuro una potenziale minaccia tanto che fioriscono assicurazioni e risparmi. Dall’altra invece una visione del mondo aperta, che tende a considerare il futuro una potenziale occasione, che si affida ai bambini che sono, appunto, il futuro, con la certezza che questi non perderanno il legame con il resto della società.

Più che gli uomini sono le donne le portatrici di questi valori e di questa visione. Proprio per questo sono le donne emigrate che soffrono maggiormente di questo contrasto e finiscono per captare ogni comportamento che va nell’una o nell’altra direzione.

Anche i supermercati con i loro interi reparti dedicati a prodotti per cani e gatti acuiscono questo contrasto. La “traduzione” che una donna africana ne trae è che si trova in una società nella quale agli animali domestici viene assegnata la funzione di attenuare la solitudine degli uomini (che sono ormai incapaci di attenuarsela a vicenda) e che per questo motivo finiscono per avere un ruolo sociale importante. A volte tanto importante da rasentare quello di un umano…

Qui la donna africana si arrende: non può accettare che l’investimento emotivo e sentimentale che si fa su un cane o un gatto sia paragonabile a quello che si fa su un bambino.

Ricordo un giorno che ero andato all’aeroporto a prendere una donna senegalese che veniva in Italia per trovare un figlio ammalato. Era arrivata al mattino presto e la stavo portando a destinazione in auto. Le aiuole della città a quell’ora erano frequentate da diversi cittadini con al guinzaglio il proprio cane. La scena la colpì, mi chiese informazioni e io gliele diedi. Non mi sembrò convinta.

Quando a sera andai a prenderla per portarla da amici a dormire, ancora una volta le aiuole erano percorse da uomini dall’atteggiamento rassegnato con al guinzaglio il proprio cane che li trascinava da una parte e dall’altra. La donna mi guardò con una espressione interrogativa. Poi tornò a cercare nelle aiuole questi uomini sequestrati dai propri cani. Infine, quasi preoccupata, mi chiese: “Ma ici, qui commande?”, ma qui, chi comanda?

 

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