Etiopia: cambiare per non morire

imagesC’è una notizia che arriva da Addis Abeba: diecimila persone in piazza per chiedere il rilascio di prigionieri politici, giornalisti, oppositori e iniziative del governo contro inflazione, corruzione e disoccupazione. I partecipanti hanno sfilato in corteo nei quartieri di Arat Kilo e Piazza fino a viale Churchill, cioè nel pieno centro della capitale. E’ stata la prima volta dal 2005, quando il regime represse nel sangue le proteste dell’opposizione che diceva di avere vinto le elezioni.

E’ il primo segno di come vanno le cose all’interno del regime dopo la morte, quasi un anno fa, di Meles Zenawi. Senza apparenti scossoni interni gli era succeduto nel posto di primo ministro Hailemariam Desalegn. Il silenzio e la calma con la quale era avvenuto il passaggio di poteri aveva fatto supporre a molti analisti che le varie correnti avessero solo rimandato lo scontro. Il nuovo premier infatti appartiene a un gruppo minoritario etnicamente che non minaccia i potenti tigrini (cui apparteneva Meles), o i loro rivali gli ahmara, o la maggioranza etnica degli Oromo.

Venti anni di potere di Meles Zenawi hanno avuto come risultato l’occupazione di tutti i posti di potere da parte dei tigrini. Tutti gli altri scalpitano ma il regime, seguendo un copione collaudato in Africa, ha impedito la crescita di qualunque opposizione.

Un esempio dei metodi del regime si era visto nel 2005 con la repressione brutale delle opposizioni che affermavano (a ragione) di avere vinto le elezioni. C’erano stati arresti, uccisioni, deportazioni e il regime non si era mosso di un millimetro.

Poteva contare sul sostegno europeo e americano che avevano bisogno dell’Etiopia per la guerra contro gli shebab in Somalia e per costituire un bastione filo-occdentale contro il tentativo di penetrazione islamica del Corno d’Africa.

Adesso, in questo scenario, arriva la manifestazione di Addis Abeba che merita alcune considerazioni. La prima è che è stata autorizzata dal regime nonostante le richieste (liberazione dei prigionieri politici e democratizzazione) possano essere considerate delle vere e proprie mine destabilizzatrici del regime. La seconda: diecimila persone ad Addis Abeba non sono poche. La terza: nonostante la formidabile crescita economica dell’Etiopia, la ricchezza non è stata distribuita. Addis Abeba e il resto del paese sembrano due realtà lontane anni luce: nella prima grattacieli, centri commerciali, moderi palazzi ministeriali, strade asfaltate e circonvallazioni, sull’altopiano la vita non sembra essersi modificata di un millimetro.

Le supposizioni e deduzioni di molti analisti, secondo i quali la manifestazione è stata in realtà il primo segnale che all’interno del regime qualcosa si sta muovendo, non sono affatto campate per aria.

La realtà è che l’Etiopia ha bisogno che la ricchezza prodotta dalla crescita economica sia distribuita. E ha pure bisogno che il potere politico sia diviso. Il regime se ne è accorto? O hanno cominciato ad agire quelle forze interne che portano all’implosione, che sono una sorta di cancro per i regimi che non sanno cambiare al momento giusto?

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