Etiopia: stabilità, crescita e consenso al voto

Etiopia: stabilità, crescita e consenso al voto


Quelle etiopi sono le elezioni più prevedibili di tutte quelle in programma quest’anno nel continente africano.
Si tratta di elezioni federali e regionali dalle quali dovrà uscire la composizione del nuovo parlamento composto da 547 seggi. Ci sono seimila candidati appartenenti a ben 58 partiti politici.

Ma tutto questo schieramento di candidati e di partiti è solo per sancire la certezza di un risultato che assegnerà una maggioranza schiacciante all’EPRDF, una coalizione di quattro formazioni che formano di fatto il Partito al Potere.

Le scorse elezioni furono vinte con il 99,4 per cento dei voti dall’EPRDF e nel parlamento che deve essere rinnovato c’è un solo deputato dell’opposizione. Questi numeri sono anche il prodotto di una gestione del paese condotta fino al 2013, quando morì improvvisamente, da Meles Zenawi, vero stratega del paese, premier per 20 anni e uomo forte dell’Etiopia. Dal 2013 è al potere Hailemariam Desalegn che non ha praticamente nulla dalla vecchia gestione.

Del resto il grande successo della classe politica al potere è il frutto proprio di quella strategia. Tra il 2015 e il 2016, secondo la Banca Mondiale, l’economia etiope crescerà del 10,6%. Entro il 2025 il partito al potere ha promesso di trasformare l’Etiopia in un paese a medio reddito.

Ma nonostante questi successi economici e la stabilità politica, l’Etiopia mostra diversi limiti che, con il tempo, non potranno che accentuarsi. Un quarto della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà, segno che, evidentemente, almeno dieci anni di crescita impetuosa non sono stati sufficienti per distribuire ricchezza all’intera popolazione.

Democratizzazione e rispetto dei diritti umani sono cresciuti assolutamente in modo difforme rispetto all’economia. Per arriare a queste elezioni (che sono prive di incognite e minacce per il regime) ci sono comunque stati arresti e detenzioni arbitrarie di giornalisti, blogger e oppositori.

Infine il consenso quasi totale al partito al potere e la sua traduzione negli equilibri politici non rispecchia la composizione etnica del paese. Il potere è di fatto in mano quasi totalmente all’etnia Tigrina, con sofferenze dell’altra etnia dell’altopiano, gli Amhara, e soprattutto dell’etnia maggioritaria degli Oromo.

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