Gambia: la resa dei conti

Ormai è certo. Yaya Jammeh non lascerà il potere. Per mettere in chiaro come stanno le cose ha dichiarato lo stato di emergenza per novanta giorni. Lo ha fatto a 48 ore dall’insediamento di Adama Barrow, presidente dichiarato eletto dalla commissione elettorale.

Ma una settimana fa sia il presidente eletto, sia il presidente della commissione elettorale che lo aveva dichiarato vincitore sono fuggiti all’estero.

Come loro sono già migliaia i gambiani fuggiti all’estero perché, con buone ragioni, temono violenze, sopprusi, arresti sommari che in oltre vent’anni di potere – dal 1994 – Yaya Jammeh li ha abituati.

All’esame dell’Ecowas, la Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale, c’è un progetto di intervento militare per rimuovere questo personaggio surreale, ma pericoloso che ha già rifiutato, come proposta di mediazione per la sua uscita di scena, un esilio dorato in Nigeria.

A realizzare un eventuale intervento armato potrebbero essere nazionii come la Nigeria, appunto, o il Senegal. Paesi questi che se ne potrebbero assumere anche l’onere politico dato che si tratta di realtà nelle quali si vota, c’è il pluripartitismo e l’alternanza al potere. Jammeh invece può contare sull’appoggio, almeno tacito, di tutti quei presidenti africani al potere da decenni ai quali non piacerebbe un atto di forza su un presidente-dinosauro come loro. La rimozione di Jammeh infatti potrebbe scatenare una reazione a catena, o comunque un movimento di opinione internazionale.

Eppure dal punto di vista militare un intervento in Gambia è quanto di più facile possa avvenire. Si tratta di un paese assurdo, praticamente un enclave in territorio senegalese, una striscia di terra che è praticamente il bacino del fiume Gambia. Un paese poverissimo che produce solo anacardi e che ha arricchito i generali di Jammeh svolgendo il ruolo di piattaforma per gli ingenti carichi di droga latinoamericana da smistare in Africa e in Europa.

Altro business è quello delle tariffe doganali di passaggio. Jammeh le ha recentemente moltiplicate per cento costringendo i senegalesi a fare lunghissimi e dispendiosi giri per raggiungere la Casamance.

Insomma per il Senegal i motivi per rimuovere Jammeh sono infiniti. Da domani, giorno previsto per l’insediamento, i giochi si aprono.

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