Gaza, un modo per dire Africa

imagesLa crisi a Gaza che è sfociata in una vera e propria guerra è ormai insopportabile. Come pure è insopportabile la irritante tolleranza della diplomazia internazionale che ha solo timidamente chiesto un cessate il fuoco, che ha solo accusato Israele del peccato lieve di una reazione sproporzionata (quando non è stata addirittura approvata, la sua reazione), che ha solo riportato, quasi senza nemmeno commentarle, le dichiarazioni deliranti o ciniche di Hamas: “attendevamo con ansia questi attacchi di Israele per dargli una lezione sul campo”.

In tutto questo i morti sono centinaia. I bambini uccisi una cinquantina. Gli sfollati interni circa sessanta mila. E non ci sarà un Corte Internazionale che aprirà una inchiesta per crimini di guerra o contro l’umanità nei confronti di Nethanyau e del suo governo, e nemmeno nei confronti di qualche sciagurato dirigente di Hamas.

Questi ultimi tra l’altro si fanno promotori di richieste alla popolazione veramente intollerabili. Chiedono cioè alla gente di non scappare, di non rifugiarsi nei quasi inutili campi dell’UNRWA, di rimanere sotto le bombe, di attendere in casa i militari israeliani. Come dire che più morti ci sono meglio Hamas potrà gestire l’odio della popolazione e con più voce potrà strillare al mondo quanto è crudele il loro nemico.

Di fronte a tutto questo il silenzio (o le dichiarazioni di rito, che sono ancora peggiori) della diplomazia internazionale è veramente una perla, una dimostrazione del cinismo e dell’opportunismo della politica.

Del resto cosa aspettarsi da una diplomazia europea che non è stata nemmeno capace di nominare i propri dirigenti? Cosa aspettarsi dalla politica estera americana e da un presidente che ha solo detto che Israele ha diritto di difendersi (sic).

Chi si occupa d’Africa, del resto, non si fa molte illusioni e conosce bene questi personaggi che dal pulpito della politica parlano di civiltà, di democrazia, di diritti umani. Le cifre dei morti, dei feriti, degli sfollati a Gaza sono una inezia di fronte a quelle delle crisi africane: in Sudan sette milioni (vi prego di ripetere mentalmente questa cifra assurda) di persone a rischio fame per la guerra che insanguina il paese dal dicembre scorso. Sempre in Sudan quasi due milioni tra sfollati interni, profughi e rifugiati (e vi risparmio il numero di morti). In Centrafrica un intero paese – cinque milioni di persone – prigioniere di una assurda guerra tra islamici e cristiani. In Eritrea oltre sei milioni di persone ostaggio di un regime spietato e feroce che spinge ogni giorni migliaia di giovani alla fuga.

Potrei continuare, ma quello che mi preme dire è che anche di fronte a queste cifre (da seconda guerra mondiale, o da guerra nucleare) quei signori della politica e della diplomazia hanno adottato la scelta del silenzio, o delle dichiarazioni di rito, o di qualche timidissima presa di posizione.

Cosa si devono aspettare i poveri cittadini di Gaza? Si rassegnino, qualcuno preferisce che vengano gettati tra le braccia di formazioni come Hamas, come Al Qaeda, come Al Shebab… e anche in questo caso… si potrebbe continuare.

3 comments for “Gaza, un modo per dire Africa

  1. giuseppe marchetti
    21 luglio 2014 at 09:38

    e dopo aver gridato che si fa?

  2. 22 luglio 2014 at 10:53

    Certo, caro Masto, non c’è paragone fra l’attenzione mediatica che viene data (in proporzione ai morti) a Gaza con quella che viene data alle repubbliche centro-africane.

    Non voglio quì entrare nel merito delle colpe di quei morti. Non ne sarei nemmeno capace. Ma, per stare alle conclusioni del suo articolo, chi è che butta i palestinesi di Gaza fra le braccia di Hamas, di Al Qaeda, etc…?
    Non sono forse quegli stessi dirigenti dell’OLP che da anni non riescono a cavare un ragno dal buco ? Eppure, mi sembra, che di aiuti, europei o mondiali, ne hanno ricevuti. Invece di continuare ad istigare il popolo palestinese per i territori occupati dagli israeliani (che, tanto, sotto la loro amministrazione continuerebbero ad essere desertici) avrebbero potuto intanto far di meglio nei territori che occupano. O no ?
    Le mie conoscenze letterarie più approfondite di quelle terre vanno solo a quello che scriveva Montanelli e ad un libro che ho letto molto tempo fa: “Gerusalemme ! Gerusalemme !” di Lapierre e Collins (Oscar Mondadori).
    Qualcuno che è stato in quelle terre, d’altra parte, mi ha riferito che i palestinesi starebbero molto meglio se si affidassero agli israeliani, piuttosto che ai loro dirigenti (d’altronde nella Gerusalemme vecchia non convivono tranquillamente musulmani, israeliani e cristiani ?).
    Riflettevo giorni fa che, se anche facessero finalmente lo Stato palestinese, continuerebbero a farsi la guerra e quindi la creazione dei due stati non risolverebbe il problema. Ieri, giust’appunto, ho ascoltato in radio una vecchia intervista di Minoli a Gheddafi, che, da musulmano, diceva che ci sarebbe voluto un solo stato.
    Ho tanto l’impressione che avesse ragione quel qualcuno e che il popolo palestinese starebbe molto meglio se si facesse governare dagli israeliani, in qualche modo.
    Certo non starebbero meglio ii dirigenti palestinesi…

  3. Renzo
    12 agosto 2014 at 20:39

    Concordo su tutto. Però al pari della diplomazia metterei sul pulpito una parte, sottolineo una parte, del mondo “contro la guerra senza se e senza ma”, dove “guerra” è solo e soltanto qualunque azione militare compiuta dagli USA o dai loro alleati. Li ha sentiti forse piangere, esporre bandierine, fare parate in piazza per la Siria, o per i conflitti citati nel suo articolo? Per costoro Hamas è un movimento di resistenza, il fatto che spari ai civili israeliani (protetti a differenza dei palestinesi) è un dettaglio trascurabile. O addirittura giustificabile.

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