Gli Etruschi in Africa

Ero in viaggio in Mozambico. La guerra era finita da diversi anni e stavo visitando uno dei territori più colpiti dal conflitto: la regione di Sofala la cui capitale, Beira, è la seconda città del paese ma soprattutto è un porto strategico di importanza fondamentale, oltre che per l’interno del Mozambico, per il Malawi, lo Zimbabwe, lo Zambia che non hanno accesso al mare: una ferrovia, un oleodotto e una strada infatti collegano Beira allo Zimbabwe. Quel corridoio, così, risulta essere un arteria pulsante per l’economia di tutta la regione. Non a caso la guerra si era accanita proprio qui e a distanza di anni se ne vedevano ancora i segni.

Il mio accompagnatore, un insegnante, ci tenne a farmi visitare le scuole, un settore strategico per la ricostruzione e la rinascita del territorio e dell’intero paese. Concordavo pienamente: non c’è democrazia senza istruzione. Se un paese sta facendo le cose per bene lo si vede proprio da quante risorse dedica all’istruzione.

Constatai che in effetti il settore scolastico era in grande evoluzione seppure le difficoltà fossero tante: mancavano gli insegnanti, le scuole erano edifici che erano stati utilizzati con altri fini e nelle regioni rurali i ragazzi dovevano fare, spesso, diversi chilometri a piedi per frequentare le lezioni. Ma l’impegno di tutti era evidente: degli insegnanti, dei dirigenti, degli studenti e delle loro famiglie che, evidentemente, erano stati sensibilizzati sull’importanza della scuola per il futuro loro personale e del paese.

In una di queste visite, un edificio di mattoni di fango e legna, un maestro ci tenne a spiegarmi che ai suoi ragazzi aveva spiegato anche la storia recente del Mozambico e, inevitabilmente, aveva parlato della guerra, della regione in cui vivevano, del corridoio di Beira e di cosa aveva rappresentato durante il conflitto. Ci tenni a dimostrargli tutta la mia ammirazione. In questo modo quei ragazzi che stavano in aula silenziosi, attenti, in due-tre per banco, con i loro quaderni consunti tenuti come reliquie preziose, avrebbero potuto contestualizzare la realtà che vivevano e avrebbero potuto conoscere la storia recente del loro paese. Pensai alle nostre scuole nelle quali col programma non si arriva mai a fare gli ultimi, più recenti avvenimenti di storia. Chiesi a che punto fossero con il programma di storia e la risposta fu che stavano studiando gli Etruschi. Gli Etruschi?!?

Quando mi ripresi pensai che, in effetti, quella è storia universale, un lasciapassare culturale indispensabile nel caso uno di quei ragazzi avesse voluto – o potuto – avere un futuro in Europa. Si, d’accordo… Ma quel programma era anche la conferma di una colonizzazione culturale ed economica che ancora esercita un peso enorme ed è come se volesse ancora specificare che l’Africa non ha una sua propria storia se non quella che, nel bene o nel male, gli riconoscono le civiltà vincenti.

1 comment for “Gli Etruschi in Africa

  1. 2 settembre 2012 at 15:43

    Qulcosa di simile mi capitò una decinna d’anni fa, qaundo in macchina con amici ci stavamo dirigendo alla casa di campagna del mio amico Mauro a Soferino.
    Appena incrociammo il cartello che indicava l’inizio della città, Mamadou esclamò “ah!, ma questa è la Solferino della battaglia delll’ 859!” “ma va, la conosci?” disse Romano con stupore. ” e come no; me la immaginavo in un certo modo e ora sono curioso di vederla. Mi ricordo benissimo: fu tra l’esercito austriaco e quello franco-piemontese durante la seconda guerra di indipendenza italiana, e ricordo che Henry Dunant, che assistette alla battaglia, da ciò che vide, gli venne in mente di creare la Croce Rossa. Noi italiani ci guardammo e all’unisono esclamammo: “io non mi ricordavo un cazzo; si la battaglia, certo; ma tutto il resto…”

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