Hic Sunt Leones. Un nervo scoperto per l’Europa

Prendo spunto dal post precedente, “Gli Etruschi in Africa”, per tornare sull’argomento. Tra gli studiosi c’è una controversia intellettuale che dura da decenni e promette di non trovare soluzione tanto presto. La questione è se la civiltà degli antichi faraoni abbia o meno subito una forte influenza da parte delle civiltà che fiorirono nell’Africa Nera o se invece fosse solo il frutto della cultura delle popolazioni euro-asiatiche che diedero vita alla storia fondante della nostra attuale civiltà. I fautori della prima ipotesi sanno bene che la loro teoria, se venisse riconosciuta, assegnerebbe una dignità all’Africa e alla sua storia che gli viene normalmente disconosciuta. Inutile dire che, ancora oggi, nel mondo accademico è vincente la tesi dei secondi.

Ad aprire le ostilità su questa controversia fu uno storico, antropologo e fisico senegalese, Cheikh Anta Diop, che nel 1951 presento la sua tesì all’Università di Parigi nella quale affermava che gli antichi egizi furono espressione di una cultura nera africana. La tesi fu respinta, ma nei nove anni successivi, Diop rielaborò la sua teoria, aggiungendo nuove ipotesi e nuove prove finchè, nel 1960, finalmente, la tesi fu accettata. Da allora quella controversia non si è mai chiusa ed è andata avanti ben oltre la morte di Cheikh Anta Diop nel 1986.

Ad entrare nel dibattito recentemente due studiosi italiani, Il professor Franco Crevatin, dell’Università di Trieste, e lo storico della cosmesi e truccatore Stefano Anselmo che, partendo da una tomografia effettuata sul busto conservato a Berlino di Nefertiti, regina egizia vissuta nel XIV secolo A.C., hanno scoperto che sotto gli stucchi in realtà si nascondeva un ”secondo volto” in pietra, simile ma non identico a quello che abbiamo sempre ammirato. Stefano Anselmo, che oltre ad essere un truccatore è anche un competente africanista , ha lavorato su quel volto utilizzando la computer grafica ma soprattutto ha simulando l’uso di prodotti cosmetici dell’epoca e ha truccato il volto della regina Nefertiti con i criteri di bellezza dell’epoca. Il risultato, pubblicato anche dall’Ansa, è quello che vedete nella foto all’inizio di questo post: una regina affascinante, misteriosa ma che ha tratti chiaramente influenzati dalle popolazioni nere-africane e ugualmente da quelle euro-asiatiche. Non poteva che essere così.

Di tutta questa controversia, dunque, colpisce il fatto che esista ancora e che non abbia trovato soluzione. Forse tra qualche millennio gli storici si accapiglieranno per stabilire se le popolazioni degli Stati Uniti (massima potenza militare e politica dei nostri tempi) fosse influenzata dai nativi pellerossa, o dai coloni europei, o dai latini provenienti dall’America del Sud, o dai neri africani. In realtà noi sappiamo che gli Stati Uniti sono l’insieme di tutte queste popolazioni. Anzi, forse hanno fondato e fondano la loro forza proprio sul fatto che hanno saputo valorizzare e integrare le differenze. Quasi certamente andò così anche per gli antichi egiziani.

Il fatto che la controversia sulla civiltà dei faraoni esista ancora, fa più pensare ad una sorta di fobia, di paura occidentale di riconoscere all’Africa una civiltà. Forse perché in tal caso la nostra storia dovrebbe fare i conti con una sorta di nervo scoperto: in quell’immenso territorio a sud dell’Europa che veniva segnato in bianco sulle carte geografiche con la scritta Hic Sunt Leones, in realtà c’erano civiltà che lo schiavismo prima, il colonialismo poi, e, oggi, una storia ufficiale un po’ gretta stentano a riconoscere.

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