I soliti misteri africani

I ribelli della coalizione Seleka in Centrafrica continuano ad avanzare. Sordi a tutti i moniti (peraltro abbastanza flebili) lanciati dall’Onu e dalla comunità internazionale si avvicinano pericolosamente a Bangui dove i sostenitori del presidente Bozize potrebbero opporre resistenza. Se le cose andranno così c’è il rischio concreto di un bagno di sangue che, al di là delle dichiarazioni di principio, sembra che nessuno voglia fermare. Secondo molti analisti i ribelli puntano a conquistare quanto più terreno possibile entro il 10 gennaio, giorno in cui si dovrebbero aprire a Libreville, in Gabon, negoziato tra il regime e Seleka. Di fatto però, vista l’inconsistenza dell’esercito all’avanzata di Seleka, i leader della coalizione potrebbero essere allettati a chiudere la crisi prima ancora di aprire negoziati.

Sulla carta possono farlo. Secondo tutte le testimonianze sono ben armati, ben organizzati, preparati militarmente e in grado di dispiegare truppe e muoverle con una buona capacità logistica. Tutte cose, queste, che normalmente gli eserciti africani non possiedono, tantomeno le coalizioni di ribelli.

La domanda è: chi ha fornito armi, preparazione, consiglieri e truppe? Non ho la risposta (o almeno non ne ho una da poter scrivere supportata da prove), come non ce l’hanno nemmeno i grandi media internazionali.

Quello che è certo è che in questa crisi centrafricana le dinamiche sono chiarissime. La coalizione Seleka (che in lingua songo significa semplicemente Alleanza) è una accozzaglia di gruppi di opposizione al regime molto variegata e per nulla unita. Vi aderiscono la Convenzione dei patrioti per la giustizia e la pace, la Convenzione dei patrioti della salvezza, l’Unione delle forze democratiche per il raggruppamento, solo per fare alcuni nomi. Si sa poi che il leader di Seleka è Michel Am Nondokro Djotodia, 63 anni, ex funzionario del ministero degli esteri con un passato in varie formazioni ribelli e un periodo da esule in Benin.

Per ora all’interno di Seleka sono tutti d’accordo su un punto di cui è colpevole il presidente Bozizè, e cioè la mancata attuazione degli accordi di pace firmati a partire dal 2007 e delle conclusioni del processo di dialogo del 2008. Bozizè pur di mantenersi al potere ha già detto che non modificherà la costituzione per ripresentarsi, tra tre anni, alle elezioni. Ma appare sempre più isolato. Oltre alla Francia, anche il suo storico alleato, cioè il presidente ciadiano Idris Deby sembra lo abbia abbandonato.

Ma i presidenti africani non abbandonano mai il potere, anche quando rimangono da soli con il proprio segretario. Prima di fuggire, se ce la fanno, con l’ultimo elicottero disponibile, bombardano il proprio popolo colpevole di non averlo difeso. Chi fornisce armi lo sappia. Avrà sulla coscienza un possibile/probabile bagno di sangue.

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