Il dilemma del Mali

Ma è realmente imminente un intervento militare nel Nord del Mali ormai occupato da formazioni armate dell’integralismo islamico? Il ministro degli esteri francese Laurent Fabius in questi giorni lo ha definito – sono parole testuali – “probabile da un momento all’altro”. Ma ha messo le mani avanti: “La Francia non sarà in prima fila”. I motivi sono, evidentemente, storici (Parigi è l’ex Madre Patria) e di attualità: ci sono sei ostaggi francesi probabilmente detenuti in Mali, quattro sono dipendenti della multinazionale francese Areva, azienda leader nel mondo per la produzione di energia atomica installata nel vicino Niger dove ci sono immense miniere a cielo aperto di uranio

In realtà la questione di un intervento militare in Mali è molto complessa e le questioni irrisolte sono diverse. Prima di tutto bisogna individuare chi lo deve eseguire: Parigi dice che c’è già una risoluzione Onu che consente un intervento militare che, secondo la Francia, dovrebbe essere condotto dalle potenze dell’ECOWAS, cioè la comunità degli stati dell’Africa Occidentale. Queste però resistono. Pongono una serie di condizioni ed è comprensibile. Quella del Mali rischia di non essere una guerra lampo. Il deserto del Nord è tutt’altra cosa da quello turistico da cartolina, con le dune di sabbia, le palme e le oasi. No, si tratta di una landa inospitale di terra e ciottoli grande quanto due terzi dell’Italia. Controllare le città – Gao, Kidal, Timbouctou – non significa affatto controllare la regione. Ma allo stesso tempo nessuno si può permettere di lasciare andare le cose o anche solo di temporeggiare. Non se lo può permettere l’Europa che avrebbe alle porte di casa una immensa base nemica, peraltro sulle rotte che portano gli africani sulla sponda nord del Mediterraneo da dove, poi, arrivano in Europa. Non se lo possono permettere i paesi della regione, in particolare l’Algeria e la Nigeria, due giganti dell’Africa Occidentale, che temono, con buon ragioni, l’effetto contagio. Non se lo possono permettere nemmeno gli Stati Uniti perché proprio in questa parte dell’Africa il dispositivo di difesa e attacco americano denominato Africom subisce un cocente smacco.

Insomma non se lo può permettere nessuno perché quel deserto rischia di diventare un luogo di congiunzione delle forze del terrorismo: un nuovo Afghanistan, insomma nel cuore dell’Africa Occidentale. Qui infatti, potrebbero saldarsi il Gruppo di Ansar Eddine, esiguo per quel che si sa, ma composto da integralisti tuareg, Al Qaeda per il Maghreb Islamico che raccoglie i rimasugli del famigerato Gruppo Islamico Armato algerino e i miliziani della surreale setta nigeriana di Boko Haram. Un mix veramente micidiale e intollerabile sia sul piano politico che militare.

In questo quadro i legittimi abitanti di quella regione, cioè le popolazioni touareg che ne hanno dichiarato l’indipendenza dal potere centrale del Mali e subito dopo sono state sopraffatte dagli integralisti islamici, hanno chiesto aiuti e armi e si sono proposti come il braccio armato dell’Occidente e delle potenze regionali per scacciare le forze del terrorismo. Per quel che se ne sa non hanno ricevuto risposte. Non è difficile prevedere che non ne riceveranno e che da questa vicenda finiranno per essere le uniche vere sconfitte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *