Il festival dei luoghi comuni

imagesI luoghi comuni e i clichè sono contagiosi. O meglio seguono le mode. Un tempo l’Africa era sinonimo di fame, guerre, conflitti tribali. Poi in certi settori (particolarmente quelli del turismo) divenne sinonimo di natura incontaminata, di savane al tramonto, di tradizioni e culture affascinanti. In certi altri settori l’Africa è il continente della musica, dei ritmi delle percussioni e dei griot. Ultimamente si sta diffondendo un’altro di quei luoghi comuni che rischiano di diffondere l’immagine di un continente sclerotizzato, a senso unico. Ultimamente a spopolare tra i fruitori di clichè c’è l’Africa della crescita economica. Si coniano anche definizioni che ricordano quelle messe in campo oltre un decennio fa per definire il miracoloso sviluppo delle cosiddette “tigri asiatiche”: adesso infatti si parla di “leoni africani”.

Chi sarebbero questi leoni? Semplice: Angola, Nigeria, Mozambico, Ghana, Tanzania, Etiopia…tutti paesi nei quali l’afflusso di capitali dei cosiddetti BRICS (e della Cina in particolare) è cresciuto a livello esponenziale negli ultimi anni. Un afflusso di denaro che, secondo un’altro dei clichè che spopolano di questi tempi, ha fatto crescere una classe media africana che dovrebbe diventare il motore di uno sviluppo che, attraverso lo stesso percorso dei paesi occidentali, dovrebbe portare un benessere diffuso pari a quello occidentale.

Francamente non ci credo. Il mito della classe media africana è una sorta di sogno con il quale economisti seguaci delle teorie super liberiste dei Chicago Boys, dei tagli indiscriminati e degli aggiustamenti strutturali incantano partiti di sinistra, associazioni e società civile africana.

In realtà le classi medie africane in molti casi sono solo l’allargamento, in molti casi esagerato dell’entourage della classe politica al poter. Non c’è (ancora?) una classe media africana composta da imprenditori che hanno avviato con successo industrie di trasformazione locali, o imprese di produzione di merci e servizi per l’esportazione. O meglio queste imprese rappresentano ancora un settore fortemente marginale nelle economie africane, a parte qualche paese che mostra segni incoraggianti in questo senso, ma molto timidi.

Di fatto l’Africa – o almeno la grande maggioranza – è ancora un continente di dittatori, di paesi con democrazie di facciata, di corruzione, di repressione, di esportazione e di saccheggio di materie prime da parte di imprese straniere.

Un solo esempio: in questi giorni i principali media che seguono le vicende africane si occupano di un paese enblematico da questo punto di vista: Il piccolo Togo dove in una manifestazione studentesca di protesta la polizia ha ucciso un ragazzino di 12 anni.

Dallo scorso anno le proteste – iniziate con quelle degli insegnanti che non vengono più pagati – sono frequentissime e brutalmente represse. Questo piccolo paese sembra avere tutti gli ingredienti della crisi: attraversa una fase di recessione economica dovuta al calo della produzione di cotone e all’industria dei fosfati che è ormai ferma. L’ex colonia francese, dove la maggioranza dei sei milioni di cittadini vive nella povertà, è governata dal presidente Faure Gnassingbé, succeduto nel 2005 al padre, rimasto al potere per 35 anni. La sua elezione nel 2005 e la sua riconferma nel 2010 sono state contestate dall’opposizione riunita nel collettivo ‘Salviamo il Togo’, che richiede riforme elettorali. Alla critiche dell’opposizione nei confronti di un processo considerato “poco trasparente”, di recente si è aggiunto il malcontento dei giornalisti che contestano l’adozione di una nuove legge sui media bollata come “restrittiva”.

Ecco….dittature, nepotismo, repressione, crisi economica, scomparsa delle imprese locali.

Qualcuno potrebbe obiettare che il Togo è un piccolo paese e che non rappresenta il continente. Rispondo che per fare un esempio ho avuto solo l’imbarazzo della scelta: Centrafrica, Repubblica Democratica del Congo, Ciad, Gabon, Sudan e Sud Sudan, Niger, Mali, Zimbabwe e potrei continuare….

L’unica grande ricchezza che l’Africa ha – e che farà la differenza nel futuro – è la propria società civile: sempre più consapevole, informata, attenta, con una grande voglia di vivere e di affermarsi in modo autonomo e originale. E, probabilmente anche per questo, schiacciata e repressa.

1 comment for “Il festival dei luoghi comuni

  1. Bruna Sironi
    16 aprile 2013 at 14:29

    condivido in pieno

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