Il potere che riproduce se stesso

In Angola si è tenuto il primo consiglio dei ministri dopo le elezioni del 31 agosto scorso. In questi casi si dovrebbe dire il nuovo Consiglio dei Ministri, ma nello specifico non è affatto necessario. Nel governo ci sono stati pochissimi cambiamenti di rilievo, i nomi dei ministri sono sempre gli stessi, a parte qualche aggiustamento che non aveva certo bisogno di una consultazione elettorale. Presidente l’eterno, inossidabile Eduardo Dos Santos, al potere da ben 33 anni, cioè dal 1979 quando successe ad Agostinho Neto, padre dell’indipendenza angolana morto a Mosca, e di cui era un ministro.

Eduardo Dos Santos in campagna elettorale aveva promesso che, dopo la vittoria, si sarebbe dimesso a favore di Manuel Vicente. Naturalmente non si è dimesso (ma del resto non ci aveva creduto nessuno) e Manuel Vicente è diventato vice presidente. Quest’ultimo non è affatto l’ultimo arrivato: prima delle elezioni era il coordinatore dell’economia e veniva dalla presidenza della impresa petrolifera di bandiera, la potentissima Sonangol (l’Angola è uno dei principali produttori petroliferi dell’Africa). Con la salita al rango di vice presidente di Manuel Vicente, naturalmente il dicastero del coordinamento dell’economia è stato soppresso. Non serve più. Come dire che prima era necessario per tenere in caldo e per fare frequentare le stanze del potere ad un personaggio individuato dalla classe dirigente come il delfino continuatore del sistema.

Per il resto la geografia del potere angolano non ha subito nessun mutamento: i ministri più importanti, quelli degli esteri, delle finanze, dell’economia, del petrolio rimangono incollati al loro posto, non si sono nemmeno alzati per vedere come andavano le elezioni.

A queste critiche qualcuno potrebbe rispondere con la nota battuta: “squadra che vince non si cambia”. L’Angola infatti è uno di paesi più dinamici del continente, con una crescita formidabile, stabile, con buone relazioni con l’Occidente e con l’Europa e con il merito di avere saputo aprire in modo sensibile all’economia cinese senza creare contrasti con i vecchi investitori.

Tutto vero. Ma non era difficile: l’Angola è ricchissima di materie prime, ha formidabili miniere di diamanti e giacimenti di greggio, è grande quattro volte l’Italia e ha una popolazione di soli 14 milioni di abitanti. Distribuire la ricchezza sarebbe stato un gioco da ragazzi. Ma non è mai stato fatto: gran parte della popolazione vive in miseria, non c’è un sistema di welfare e scuola e sanità si pagano. Certo, il popolo sta un po’ meglio di prima perché le briciole della sensazionale crescita economica cadono anche un po’ sulla popolazione ma quello angolano è un potere che riproduce se stesso.

L’importante che non lo si faccia passare (prima di tutto in Europa e nei paesi che fanno affari con l’Angola) per un successo africano, un esempio continentale dei miracolosi effetti della crescita.

Qui c’è una classe politica onnivora, che non è mai cambiata dall’indipendenza ad oggi, che si è arricchita all’inverosimile e che ha avuto la fortuna e la spregiudicatezza di impossessarsi dei posti di comando (e di non lasciarli mai) di un paese che avrebbe potuto dare da vivere a tutti i suoi figli e non lo ha fatto.

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