Il solito festival dei luoghi comuni

Faccio riferimento al Post pubblicato ieri. O meglio, ad un interessante commento che trovate in coda all’articolo dal titolo “Ditelo con un fiore… ma non con una rosa” dedicato alle serre per fiori nate in diversi paesi africani. Una delle attività che negli ultimi anni sono proliferate grazie a forti investimenti di capitali privati. Ecco di seguito il commento.

Sono stato due anni fa nella zona di Naivasha e ho avuto l’avventura di visitare una di queste “fabbriche” impressionanti per estensione e per organizzazione. Vengono realizzati interi “villaggi abitativi” per i lavoratori e per le loro famiglie, incluse scuole e servizi sanitari di base. Ma al di là di questi apparenti benefici chi lavora presso queste aziende è legato mani e piedi al destino della “fabbrica”, la sua vita scorre dal compound al lavoro, senza possibili alternative. Dal punto di vista ambientale il consumo di acqua e l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti minano pesantemente la sostenibilità di questo “sviluppo”. Ma quello che mi fa più rabbia è che ancora una volta si dimostra che quando gli interessi in gioco sono i capitali privati di grandi aziende, allora anche in Africa le cose funzionano e sono efficienti. Ecco quindi che, ad esempio, la Coca Cola arriva anche dove non ci sono acqua potabile e medicine. E, allo stesso modo, la logistica dei fiori recisi è perfetta. I fiori viaggiano con regolarità tra Africa e Olanda, senza appassire, mentre lo sviluppo vero e duraturo…non attecchisce.

Ho trovato questo commento complementare al mio articolo, ma soprattutto vi ho trovato una acuta e interessante riflessione sulla quale vorrei soffermarmi. Quella secondo la quale quando ci sono in gioco capitali privati (spesso stranieri) per l’Africa e gli africani si possono abbandonare i soliti clichè: l’apatia e l’inaffidabilità dei lavoratori, la difficoltà nei collegamenti, il caldo, l’insicurezza.

E’ capitato anche a me e mi ha irritato. In un paese dell’Africa Australe, una impresa multinazionale russo-brasiliana con sede in una regione interna dove mancava tutto, acqua, elettricità, rete fognaria, aveva allestito un campo recintato all’interno del quale invece c’era tutto. Varcare la soglia era come entrare in Svizzera: acqua potabile corrente, bibite alcoliche e analcoliche di ogni tipo, cibo tradizionale per i dipendenti russi e brasiliani, un efficiente Day Hospital fornito di tutti i principali farmaci, un eliporto, un efficiente servizio postale, etc.

Allora è possibile! – mi ero detto. E me lo ripeto ancora adesso. E mi rispondo che si, è possibile.

Altro esempio: a molti sarà capitato di alloggiare in qualche capitale africana in uno dei quegli hotel di lusso di catene come lo Sheraton o l’Hilton. Di solito questi hotel sono immersi nella confusione delle grandi megalopli africane ma basta entrarvi per essere assorbiti da quell’atmosfera ovattata e rilassante che in un attimo annulla il chiasso e il caos della città. Quell’atmosfera è creata da africani ossequiosi, gentili, pazienti, professionali che in livrea assecondano ogni vostro desiderio.

Anche in questo caso bisogna constatare che è possibile. Ma allora, mi chiedo, da dove vengono tutti i luoghi comuni secondo i quali in Africa non si può fare niente di serio, gli africani non sono capaci di lavorare, rubano, sono inetti, etc etc etc….?

1 comment for “Il solito festival dei luoghi comuni

  1. Isabella negri
    1 novembre 2012 at 10:53

    I luoghi comuni vengono dall’opportunismo e dalla grettezza del genere umano!

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