Il vampiro di Brazzà

Anche la salute altrui in Africa finisce per essere un canale con il quale intere famiglie trovano di che vivere giorno per giorno. In gran parte del continente, per esempio, le farmacie popolari (quelle nelle baraccopoli, ovviamente, non certo quelle nel centro della città che di solito servono la comunità bianca o l’elite locale) vendono pastiglie sfuse, divise per colori o per dimensione indipendentemente dalle malattie che curano. Quasi sempre quelle pillole sono il frutto di furti negli ospedali o provengono da qualche compiacente infermiere che, per far vivere la propria famiglia, trafuga medicine che vengono poi vendute, a peso, al “farmacista” dello slum. Non è difficile, ancora, vedere, sempre nelle baraccopoli, insegne in lamiera con scritto “Studio Medico” (non è raro qualche errore di ortografia) campeggiare su baracche del tutto simili alle altre. Il titolare di quello studio, con molta probabilità, non è un medico, nemmeno un infermiere ma semplicemente qualcuno che nel passato ha lavorato come facchino, o inserviente, o lavapiatti nell’ospedale della città. Quell’esperienza viene poi messa a frutto, appunto, in una attività propria che, quasi sempre, oltre a dare un alone di scientificità al sedicente medico, gli procura da vivere.

Raphael ha fatto di più. Giovanotto intraprendente e simpatico ha trovato il modo di diventare collaboratore-consulente di un ospedale privato di Brazzaville. Lui è addetto a procurare il sangue per le trasfusione che, come è noto, in Africa non è facile trovare, non perchè manchino i donatori, ma per la carenza di attrezzature per i prelievi e la conservazione del sangue. Questa sua attività gli ha fatto guadagnare il soprannome di “vampiro”.

Un appellativo che non si addice al suo comportamneto gioviale e radioso, ma che è perfettamente azzeccato per chi conosce il modo con cui lui svolge la sua attività. I medici dell’ospedale non lo sanno e, vista l’affidabilità negli anni di Raphael, non si preoccupano nemmeno più di capire come faccia a svolgere una attività così delicata senza commettere mai un errore. Non è mai capitato, infatti, che una sacca di sangue di Raphael abbia mandato al creatore l’ammalato che ne aveva bisogno.

Lui ha inventato un sistema geniale che, oltretutto, fa vivere un intero villaggio. Il villaggio è il suo, quello di origine, a pochi cholometri da Brazzaville, e i donatori sono quasi tutti suoi parenti o conoscenti. Sono stati testati negli anni in modo che sia chiaro che lo zio anziano è Rh Positivo, il cugino Rh negativo e così via. Raphael conserva tutte queste fondamentali osservazioni nella sua testa e, di fronte ad una precisa richiesta dell’ospedale, va a colpo sicuro a… vampirizzare, con le attrezzature fornite dai medici, lo zio anziano o il figlio dell’amico del nonno. Al donatore Raphael dà un quarto del denaro ottenuto con la vendita della sacca, il resto lo tiene per sè. Nessuno sa come abbia fatto a testare tutti gli abitanti del suo piccolo villaggio. Forse in un passato ormai dimenticato qualche paziente sarà pure morto per incompatibilità con il sangue fornito da Raphael, o forse ha avuto solo una grande fortuna. Il colpo di genio di Raphael è stato quello di non dimenticare mai, assieme al nome dei suoi parenti e conoscenti, anche il tipo di sangue che circola nelle loro vene.

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