Imprevedibile, sorprendente Africa!

images (2)Ero a Freetown, Sierra Leone, era da poco finita la decennale guerra civile che aveva insanguinato questo paese per il controllo della regione del Kono, cioè quel territorio ricco di diamanti custoditi in giacimenti alluvionali facilmente accessibili. Era un paese piegato, impaurito quasi di quanta violenza, crudeltà, ferocia avesse potuto sprigionare. La paura si palpava, addirittura la si vedeva. In centro era frequente imbattersi in ragazzi mutilati che chiedevano l’elemosina. Erano il risultato agghiacciante di un metodo scientifico per diffondere il terrore. Venivano cioè mutilati perché fossero l’esempio di cosa erano capaci di compiere i guerriglieri che combattevano contro il governo. Ognuno di questi giovani con un moncherino al posto del braccio era un monito ai nemici, bastava che andasse in giro, che chiedesse l’elemosina, che si facesse vedere…

I guerriglieri compivano queste mutilazioni con un colpo secco di machete. Erano ragazzini anche loro, spesso una sorta di bottino di guerra raccolto nei villaggi indifesi attaccati nella loro marcia: le bambine diventavano concubine dei capi guerriglieri, gli adulti venivano uccisi e i ragazzini diventavano guerriglieri. Per far loro compiere delle atrocità venivano drogati e abbruttiti con l’uso sistematico della violenza.

Insomma la Sierra Leone del dopo guerra era un paese che metteva paura. Si aveva l’impressione che quel mostro della violenza potesse esplodere di nuovo, da un momento all’altro. Il traffico terribile di Freetown, il fatto che non ci fosse una rete elettrica e quindi alla sera la città piombava nel buio, il fatto che circolassero una gran quantità di armi rendeva tutto molto precario.

Alloggiavo in un Hotel su una delle tangenziali della città. Fin dal primo mattino era una strada trafficatissima. La mia camera, per fortuna, era all’interno e dava su un ampio parcheggio privato che teneva lontani i rumori della strada.

Un giorno avevo un appuntamento fuori città e uscii per tempo. Feci colazione, attraversai il parcheggio e, prima ancora di sbucare, sulla strada mi resi conto che c’era uno strano silenzio. Un attimo dopo vidi la strada nella quale ero abituato a vedere un traffico spaventoso completamente deserta. Pensai immediatamente che c’era stato un colpo di stato o che c’erano dei combattimenti da qualche parte. Tornai indietro di corsa, attraversai il parcheggio col cuore che pulsava e feci il mio ingresso nella hall dell’Hotel evidentemente con una espressione tra il preoccupato e l’interrogativo.

La ragazza al banco mi guardò a sua volta con un aria interrogativa. Col fiatone le dissi che evidentemente stava succedendo qualcosa, la città era deserta…

“Certo”, mi disse lei con il tono più naturale del mondo. “Oggi è il giorno delle pulizie” e mi spiegò, come se fosse un vigile del fuoco svedese che parlava con un fruttivendolo napoletano, che gli abitanti del quartiere ripuliscono le strade, svuotano i canali di scarico, riempiono di sabbia le buche delle strade ogni mese e in quell’occasione impediscono alle auto di circolare.

Chiesi se era una indicazione del governo e la ragazza mi rispose che no, si faceva tutto su base volontaria: “Non si può vivere nella sporcizia”, disse come se dovesse farmi capire un concetto ovvio. Io annuii come se sapessi tutto e mi ero solo distratto un attimo, come se mi fossi semplicemente dimenticato che quello era il giorno delle pulizie. Ah, l’Africa!

 

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