In diretta dal Sud Sudan: brutta cosa la guerra

sudan-c-9Dall’elicottero ancora in quota Mingkamann appare come una distesa di alberi di acacia e qualche baobab. Poi quando si scende di quota si capisce la situazione: il bush è punteggiato per chilometri di profughi. Sono piazzati sotto ogni albero per sfruttare la poca ombra di una savana infuocata.

L’elicottero attraversa il Nilo che qui sembra un serpentone blu e poco dopo siamo a terra in una nuvola di polvere dalla quale, poco dopo, appaiono figure che sembrano fantasmi: bambini, donne avvolte in logori ma variopinti tessuti colorati.

La prima impressione è che sono alti, altissimi. Infatti sono dinka, l’etnia del presidente Salva Kiir, l’uomo dal cappellaccio nero che appare nelle immagini storiche dell’indipendenza di questo paese.

Ora quella massa di profughi e sfollati che vedevamo dall’alto è alla nostra altezza. Sotto un albero una nutrizionista del CCM, il Comitato di Collaborazione Medica, con il quale viaggio e che è una delle poche organizzazioni che lavorano in questa remota regione, misura braccia e gambe dei bambini per scoprire i casi di malnutrizione. Sono tanti, ci dice senza staccare gli occhi dal suo lavoro. Un bimbetto piange disperato perché viene inserito nell’imbragatura per essere attaccato al gancio della bilancia. La mamma sbrigativa chiede alla nutrizionista di fare il suo lavoro.

Questa pianura era abitata da una popolazione dinka che viveva in capanne circolari con il tetto di paglia e le pareti di fango. Vivevano abbastanza bene; coltivavano piccoli appezzamenti di terreno a manioca e avevano le mucche. Adesso l’arrivo dei profughi ha frantumato il sistema sociale.

All’inizio della guerra i locali hanno accolto e aiutato i dinka e hanno condiviso con loro il poco che avevano, erano tutti dinka, era il minimo. Ma quando i fuggiaschi sono diventati decine di migliaia e poi centinaia di migliaia tutto è cambiato. Di fatto adesso questa comunità è distrutta e i bambini si ammalano come quelli dei rifugiati. Il cibo manca per tutti, la guerra ha travolto anche le popolazioni che non sono state coinvolte.

Mentre assistiamo alle visite nella facility si vede una nuvola di polvere tra gli alberi in lontananza che si avvicina. Ci rendiamo conto che è una jeep, poco dopo che sono militari. Arrivano zigzagando, a tutta velocità. Si fermano sollevando una nuvola di terra: hanno mimetiche nuove e armi lucide, evidentemente lubrificate, segno che sono pronte al combattimento. Alcuni hanno occhiali a specchio, si vantano evidentemente della paura che suscitano.

Poco dopo il loro capo spiega il motivo della visita: cercano due prigionieri feriti a morte in un recente combattimento. Il responsabile della facility li informa che sono arrivati in gravi condizioni e sono morti.

I militari se ne vanno nella loro nuvola di polvere. Non capisco se felici di non dover fare un lavoro in più o delusi. Brutta cosa la guerra.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *