In diretta dal Sud Sudan: il Nilo

Sud_Sudan_03Il Nilo scorre, quasi tumultuoso, nell’ampia ansa che attraversa Juba. Sulle sue acque galleggiano intricati gigli acquatici di un bianco smagliante, strappati dalla forza della corrente chissà dove, a monte, in quella regione dei grandi laghi, dove il Nilo nasce, che è un autentico forziere di ricchezze di tutto il continente. Sopra le sue acque volteggiano decine di falchi, con aperture alari da aquile, giocano con le correnti d’aria, volano quasi senza sforzo e con i loro occhi acuti puntano prede a terra, topi, piccoli animali che escono dalle tane.

Questa visione di affascinante natura, da catalogo turistico è inversamente proporzionale al contesto politico, umanitario e sociale che vive oggi il Sud Sudan e la sua capitale, Juba. Quasi a ricordarcelo su una spiaggetta di sassi del fiume ad un certo punto compaiono prima due ragazzini, poi una donna con dei panni, poi un’altra. In breve la spiaggia è affollata e se si osserva bene si vede che i panni che le donne sfregano nell’acqua sono poveri indumenti laceri, magliette con più buchi che tessuto, pantaloni lisi e sformati.

Gli operatori umanitari con i quali parliamo ci informano che potrebbero essere profughi della guerra. Civili che hanno camminato magari giorni e che ora, in città, si sentono più sicuri. Ci dicono che la cintura di Juba è affollata di diverse migliaia di profughi.

E intanto, proprio oggi, sono arrivate le ultime stime delle Nazioni Unite: si parla di ottocento milioni di sfollati interni e diverse decine di migliaia di rifugiati che hanno varcato le frontiere.

Questa guerra, come tutte le guerre moderne, produce profughi, cioè civili le cui sofferenze sono appunto, una variabile del conflitto che finisce per favorire uno o l’altro delle parti in guerra.

Intanto il caldo è soffocante. La pioggia di ieri ha prodotto umidità e ora le possibilità di trasmissione di malattie è più alta. Per queste vittime di guerra non ci sono sconti, neanche dalla natura.

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