Informare, ovvero scuotere un mondo anestetizzato

 

foto bimbo

E’ giusto pubblicare foto molto crude provenienti da conflitti, da catastrofi umanitarie o ambientali? Insomma, è stata giusta la scelta di molti giornali (e contestata da molti altri) di pubblicare la foto del bambino siriano annegato su una spiaggia della Turchia?

Personalmente penso di si. Quella foto andava pubblicata perché è notizia, è approfondimento di un tema – quello dell’immigrazione – che da almeno due settimane è l’apertura di giornali, radio e TV di tutto il mondo. In diverse occasioni mi sono trovato nelle stesse condizioni: consegnare ai giornali e far pubblicare foto molto crude di guerre o di catastrofi in Africa. Quasi sempre ho optato per la pubblicazione.

Per farlo bisogna rispettare alcune condizioni. La prima, naturalmente. È che effettivamente quella foto sia una notizia, qualcosa che aggiunge elementi per la comprensione o, almeno, per la conoscenza. La seconda è che sia contestualizzata, cioè che racconti un fatto specifico e che non possa essere usata per generalizzare. Per esempio alle manifestazioni di regime in Corea del Nord tutti applaudono, ridono, oppure piangono se è morto un leader. Con quelle immagini, spesso le uniche disponibili perché diffuse dal regime stesso che non fa entrare giornalisti, sembra che il popolo ami con tutto se stesso il regime e i suoi uomini. Ovviamente non è vero, ma se quelle sono le uniche immagini disponibili appare così, e colpevole di questa disinformazione è chi decide di usarle quelle immagini.

Sul tema dell’immigrazione, e in specifico per la foto del bambino annegato, non è affatto così. Quell’immagine cruda, violenta fa comprendere meglio il dramma dei migranti, il loro desiderio di andare in luoghi più sicuri dove poter vivere una vita più dignitosa. Poi la foto di quel bimbo non è un fatto isolato, racconta un dramma diffuso. Quando diciamo che su un barcone c’erano diversi bambini stiamo parlando di “quel” bambino della foto.

L’informazione è tale se è capace di raccontare i fatti, di spiegarli, di fornire elemeni per la comprensione e anche di suscitare emozioni e sentimenti. Quella foto fa tutto questo. Peccato che per penetrare le coscienze di questo nostro mondo un po’ anestetizzato (e spesso informato male o addirittura plagiato) ci sia bisogno di immagini come quella.

1 comment for “Informare, ovvero scuotere un mondo anestetizzato

  1. Pier Maria Mazzola
    4 settembre 2015 at 13:50

    Contrario ad ogni fondamentalismo, sono antifondamentalista anche in questo campo. Se è dunque sacrosanta la linea di non pubblicare immagini (fisse e/o in movimento) di violenza efferata, e quelle che ritraggano minori specie se in situazioni di disagio, sono anche convinto che bisogna giudicare caso per caso, e che ci può essere ogni tanto un’eccezione.

    La foto al centro del dibattito di questi giorni – intendo in particolare quella con il bambino lambito dall’acqua – la trovo potente (e, come già hanno detto subito tutti, “iconica”, “un simbolo”…) proprio perché in fondo non mostra quasi “niente”. Un bambino – di cui non vediamo il viso –, vestito bene (scarpine comprese), sulla battigia. Certo capiamo che è morto, e morto drammaticamente (sia per la sua posizione sia per il contesto che conosciamo). Ma non ci sono altri elementi a infierire: sangue, ventre gonfio, vestiti laceri, espressioni di disperazione degli astanti… Aylan è in una solitudine che fa pensare che si tratta di “quel” bambino (abbiamo presto saputo anche il suo nome e cognome) e al tempo stesso di ogni altro bambino in situazione analoga, e di interi popoli che stanno vivendo la tragedia della fuga.

    Si potrà dire: ma vediamo ogni giorno, da anni e con intensità crescente negli ultimi mesi, immagini di disperati che si accalcano alle porte dell’Europa, e non ci siamo mossi, o poco e male (qualcuno tirando su nuovi muri). Perché questa dovrebbe cambiare qualcosa?

    Non cambierà niente, certamente. Però:
    A) non confondiamo le (non) politiche europee sull’immigrazione con gli slanci di solidarietà delle fette di popolazione che invece si rimboccano le maniche, in stile volontariato, per alleviare qualche sofferenza (mentre, certo, ci sono altre fette di popolazione che danno ascolto ai vari salvini);
    B) se io penso alla Shoah, la prima immagine che mi viene in mente non sono i cadaveri scheletriti dei lager (quelle immagini le rivedo nella mia memoria in maniera confusa), ma quella del bambino con le braccia alzate; se penso al Vietnam, non mi viene in mente Apocalypse Now ma quella bambina nuda di Saigon; se penso agli anni ’90 dell’Algeria, mi viene in mente la “Madonna di Bentalha”… Voglio dire che mentre milioni di immagini passano senza lasciare davvero il segno, ce ne sono alcune che marchiano le nostre coscienze e costituiscono, anche sul lungo periodo, dei punti di riferimento, dei moniti interiori, paradossalmente delle luci. In termini quasi tecnici, è il fenomeno (verificato anche neurologicamente, credo) per cui difficilmente memorizziamo un’intera sequenza di un film che ci è piaciuto, ma solo uno o diversi fotogrammi. Voglio dire che è come se in mezzo al grande film delle migrazioni in corso di proiezione ci fosse data qui, oggi, un’immagine che non si cancellerà.

    Infine: un’immagine come questa (e le altre che ho citato, e molte altre) è “poetica”. Per non frainteso: poesia non è lirismo sdolcinato; è poesia anche (soprattutto) Ungaretti con la sua “Soldati” o Quasimodo con la sua “Uomo del mio tempo”. Poesia è qualcosa che penetra dentro, più della logorroica prosa, e che “crea” (‘poieo’) qualcosa di nuovo. Probabilmente non nella società (o non subito), ma nelle coscienze, sì.

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