La banca dei cereali di Mongo in Ciad

La “banca dei cereali” di Mongo

Da Ndjamena a Mongo sono circa 650 chilometri. La strada è tutta asfaltata e taglia praticamente a metà il Tchad seguendo un percorso da ovest ad est. A Ndjamena ci si lascia dietro un traffico caotico ed è quasi piacevole imboccare la strada che fende una savana secca e che in circa sette ore ci porterà a Mongo.

Ben presto si incontrano i primi dromedari che brucano arbusti e rami sotto gli alberi bassi che punteggiano il territorio, greggi di zebù che cercano di approfittare della poca ombra e carpette che vanno in cerca di qualche raro ciuffo di erba.

Inevitabile pensare  che questo non è un territorio facile per l’agricoltura è nemmeno per l’allevamento. Eppure in secoli di convivenza tra nomadi allevatori e agricoltori stanziali si è creato un formidabile equilibrio che miracolosamente ha dato da mangiare a tutti.

Gli allevatori possiedono le proteine della carne e del latte dei loro animali e, nelle loro incursioni a sud, lo scambiano con i carboidrati degli agricoltori che coltivano miglio e sorgo. Un equilibrio perfetto, ma fragile. Basta poco per mandare in frantumi un sistema come questo… basta un po’ di tensione sociale, o politica, oppure un conflitto sull’uso della terra, oppure, ancora, il cambiamento climatico o una stagione venuta male, una siccità improvvisa e il dramma è alle porte per centinaia di migliaia di persone.

È per questo che ho voluto venire a Mongo, perché in questa città piccola e abbastanza remota si sta conducendo un esperimento interessante, un esperimento che è ormai una pratica quasi consolidata e che riesce a stabilizzare e rendere costante la quantità di cereali immessi sul mercato. In sostanza una specie di Banca dei Cereali nella quale i contadini depositano le loro sementi e quando ce ne è bisogno li ritirano con un certo interesse, come nelle banche, appunto. I contadini possono depositare quando ne hanno in sovrappiù e ritirare quando ne hanno bisogno.

L’uovo di Colombo! verrebbe da dire. E in effetti perché non averci pensato prima. Per una volta le banche non creano crisi, non fanno speculazione, non arricchiscono pochi fortunati ma danno da mangiare a tutti, rendono il mercato più umano e rendono gli uomini più liberi. Si, perché la sicurezza alimentare è libertà. Che altro è riuscire a mandare i bambini a scuola senza l’assillo di sapere come andrà il raccolto e se ci saranno soldi a sufficienza per libri, retta, penne e quaderni? E che altro è sapere che un problema sanitario può essere affrontato anche se i campi non hanno dato profitti a sufficienza?

Mi guardo in giro questo territorio mi sembra già meno arido e i piccoli villaggi che lo punteggiano un po’ più felici.

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