La crisi vista dall’Africa: analisi di un accademico-cameriere

imagesHo conosciuto Patrick allo Stanley Hotel, dove, quando sono a Nairobi, mi piace andare a fare colazione al mattino. C’è un giardino al centro del quale sorge un grande albero sulla cui corteccia vengono appesi messaggi, annunci o semplicemente riflessioni. Patrick è un cameriere professionale, quelli che servono in livrea nei ristoranti e negli hotel di lusso della città. Ma basta fargli una battuta perché si dimostri allegro, gioviale e curioso. Gli avevo parlato della crisi che attanaglia l’Europa, dei disoccupati, delle schiere di persone che in Europa vivono in miseria.

Mi guardava come se volessi dargli a bere una storia. O – pensai – come se volessi giustificare il fatto che gli avrei dato una mancia sensibilmente inferiore a quelle che si aspettava da me. Per lui la crisi è quella che colpisce da sempre l’Africa, il suo paese, la baraccopoli dove vive, la sua famiglia.

Patrick ha due figli e abita in una delle più grandi baraccopoli di Nairobi. Per dimostrarmi che con il suo stipendio non riusciva più a starci dentro si fece i conti in tasca: mantenere due bambini alla scuola che è privata, quindi a pagamento, abiti per quattro persone, spese varie, carbonella per cucinare, un pollo una volta la settimana, un sacco di riso da cinque chili per sette giorni, della verdura come accompagnamento e poi, quando i soldi al quinto giorno di paga finiscono, tutta la famiglia deve dare fondo agli ultimi chicchi di riso e all’ “erba-tira-settimana”, una verdura dal valore nutritivo nullo, chiamata così perché cresce abbondante e libera nei campi intorno agli slum, tra le baracche e lungo le strade.

Anche Patrick aveva la sua visione del mondo: “Se in Europa ci fosse la crisi, qui noi staremmo un po’ meglio” – sentenziò un giorno.

Compresi che per lui il sistema mondiale dell’economia era semplicemente una bilancia: se da una parte c’è un sovrappiù di beni e di ricchezza è perché da qualche altra parte c’è una mancanza. Cercai di convincerlo che la crisi che colpiva noi, in Europa, era la stessa che si ripercuoteva sui prezzi dei prodotti di prima necessità che servivano a lui e la sua famiglia.

Se ne andò perplesso e – dopo aver servito un gruppo di somali in un tavolo vicino – tornò arricchito, evidentemente, di una ulteriore riflessione che confermava le sue idee: “La crisi che colpisce l’Europa, forse, è un atto di giustizia” – disse quasi ispirato mentre ritirava la tazza del caffè lungo alla kenyana che mi aveva servito, e aggiunse: “Forse il buon Dio ha guardato bene, ha fatto i suoi conti e ha capito che il vostro turno è finito, ora tocca a noi avere un po’ di ricchezza e di benessere”.

Dovetti constatare che vista dall’Africa la crisi che strangola l’Europa ha qualche cosa di divino.

2 comments for “La crisi vista dall’Africa: analisi di un accademico-cameriere

  1. 27 maggio 2013 at 07:18

    Bel post, lo condivido su facebook! Mi fa piacere leggere per una volta la visione che gli altri hanno di noi, non si legge quasi mai! C’è solo una cosa che trovo inesatta ed è la frase ‘scuola privata, QUINDI a pagamento’, bisognerebbe togliere il ‘quindi’, difatti non tutte le scuole private sono a pagamento eppure questa è un’idea molto diffusa. Vorrei anche far riflettere proprio sul mito della scuola e soprattutto sul mito delle elemosine che facciamo noi per mandare in Africa due matite e due quaderni: dovremmo sapere che poi quei ragazzi vanno a servire negli hotel il turismo occidentale, io mi sono sempre chiesta che etica possa avere chi viaggia sapendo di andare in vacanza in paesi abitati da gente che non ha i permessi sul passaporto per farsi una vacanza da noi… E’ tutta la nostra mentalità che è da correggere profondamente se vogliamo migliorare le cose, purtroppo non vogliamo mai migliorare noi stessi ma solo mandare qualche spicciolo perché gli altri facciano il lavoro di risollevarsi dalle loro crisi, mentre noi manteniamo i nostri privilegi (che sono causa delle stesse).

  2. luigidisanto
    28 maggio 2013 at 08:51

    Se andiamo come turisti, portiamo soldi e lavoro, ma veniamo colpevolizzati dai nostri amici e dalla nostra coscienza.
    Se non andiamo, li lasciamo in una miseria ancor più nera e veniamo colpevolizzati dai nostri amici e dalla nostra coscienza.
    Ad ognuno la sua scelta di colpevolizzazione.

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