La Grande Fame in Somalia

imagesNell’immaginario collettivo i disastri africani rimasti nella memoria sono quelli della guerra civile per il Biafra, negli anni sessanta, della Grande Fame in Somalia, all’inizio degli anni novanta, del genocidio in Ruanda del 1994, la carestia in Etiopia “celebrata” con i concerti contro la fame da parte di alcune star internazionali della musica.

Proprio in questi giorni un rapporto della FAO ci ha comunicato che uno di questi disastri, cioè quello della Grande Fame in Somalia, si è replicato tra il 2010 e il 2012. Ed è passato nel silenzio dell’opinione pubblica e dei media internazionali.

In quell’arco di tempo la carestia in Somalia ha ucciso 260 mila persone. Una cifra spaventosa, addirittura superiore a quella ufficiale – 220 mila morti – della Grande Fame dei primi anni novanta.

La causa, sempre ufficialmente, è la carestia. In realtà le popolazioni del Corno d’Africa sono abituate a convivere con carestia e siccità che in queste regioni sono periodiche. Sono nemici conosciuti e affrontabili. Perchè diventino mortali, perché facciano stragi di centinaia di migliaia di persone hanno bisogno di una variabile umana come per esempio la guerra, o un conflitto di bassa intensità che impedisce i movimenti, oppure un confine che si surriscalda.

E’ proprio quello che avvenne nel 1992, ed è anche quello che è avvenuto tra il 2010 e il 2012. Allora iniziava la guerra civile somala e adesso quella guerra arrivava al suo ciclo conclusivo (almeno si spera) con la sconfitta dei miliziani islamici shebab.

Come allora le cifre di quest’ultimo rapporto FAO sono impressionanti. Dei 260 mila morti tra il 2010 e il 2012 metà sono bambini sotto i cinque anni. La Grande Fame di quest’inizio di terzo millennio ha ucciso ben il 4,6 per cento del totale della popolazione somala e il 10 per cento totale dei bambini.

La Grande Fame ha mietuto vittime soprattutto nel centro e nel sud, cioè proprio nelle regioni dove più si è combattuto. Una sorta di conferma che è la variabile umana a rendere la carestia un killer inesorabile.

La guerra nel Centro e nel Sud della Somalia, tra l’altro, non aveva nulla da invidiare a quella che nacque dal fallimento della missione internazionale dell’Onu Restore Hope a metà degli anni novanta. A quei tempi c’era un contingente di caschi blu di circa 20 mila soldati appartenenti a diverse nazioni. Oggi nel Centro e nel sud della Somalia ha operato una missione di caschi blu africani di circa 17 mila soldati e le truppe di tre paesi, quelle del Kenya, dell’Etiopia, e del governo di transizione somalo. Un ulteriore conferma che è la guerra la variabile assassina. Vent’anni fa come oggi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *