La guerra infinita del Congo

imagesIl progetto sembra ormai chiaro: rendere tutta la fascia orientale del Congo, dall’Ituri al Katanga, sempre più ingovernabile dal potere centrale di Kinshasa che è debole, corrotto, lontano duemila chilometri. Non ci sono prove, ma questa è la prima parte del progetto. La seconda prevede il distacco vero e proprio di tutta quella fascia di territorio. Per diventare che cosa? Qui i progetti si fanno più evanescenti: uno stato a se che sia però una specie di satellite delle potenze vicine (Uganda e Ruanda) che sono i registi occulti (ma non troppo) di questo processo? Oppure una estensione dei territori delle potenze vicine? Il Ruanda è piccolo, piccolissimo. Ed è il paese con la più alta densità di popolazione di tutta l’Africa. E’ un paese in espansione economica e demografica. Ha bisogno terre, ne ha un bisogno assoluto. Tutta la politica dell’uomo forte ruandese, Paul Kagame, dalla presa del potere nel 1997 ad oggi, è stata una politica di potenziale allargamento territoriale verso il vicino Congo dove, nel Kivu soprattutto, vivono tra l’altro popolazioni di origine ruandese.

Insomma caduto (con l’Eritrea prima e il Sudan poi) il tabù dell’inviolabilità dei confini africani usciti dagli accordi tra le grandi potenze, la prossima frontiera a cadere potrebbe proprio essere quella del Grande Congo, talmente grande da essere ingovernabile. A differenza di Eritrea e Sudan però qui le questioni in gioco coinvolgono tutti gli attori locali, tutte le potenze africane, regionali e non, le principali potenze del mondo e le multinazionali che fanno capo a queste nazioni.

Come in tutta l’Africa anche Joseph Kabila ha aperto alla Cina, e per le materie prime strategiche di quello scandalo geologico che è la fascia orientale del Congo, ha realizzato accordi con Pechino e alcune altre potenze dei BRICS. Ma le vecchie potenze coloniali europee, le multinazionali nord americane non vogliono perdere la possibilità di utilizzare le immense ricchezze di queste regioni.

Ecco, allora, la guerra: il conflitto nel Kivu, la guerra strisciante intorno a Lubumbashi e nell’Ituri non sono altro che il risultato di questi contrasti. E in questo quadro ad avere la meglio sono i gruppi guerriglieri come le formazioni Mai-Mai nel Sud Kivu, nell’Ituri e a Lubumbashi, grande città che è direttamente minacciata da questi gruppi. O il Movimento M23 che nel Nord Kivu ha già sotto controllo vaste porzioni di territorio e punta ad occupare città come Lubero, Beni e Butembo. Obiettivo: avere già circondato, prima ancora che si insedi, a Goma, la brigata di intervento in appoggio alla missione Onu della Monusco. Questa brigata dovrebbe avere regole di ingaggio e un mandato diverso dall’inutile Monusco. Ma, se le cose stanno così, gli sviluppi sul campo l’avrebbero già neutralizzata.

Il conflitto del Congo è uno degli esempi più evidenti di come la diplomazia e le relazioni internazionali sono schiave degli interessi economici e politici delle grandi potenze. E di come la guerra in Africa, ancora oggi, è il frutto di giochi che si svolgono altrove.

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