La magia della crescita

E’ in uscita il nuovo numero della rivista Africa. Quello che trovate di seguito è l’editoriale, ancora una volta sui temi economici, tanto di moda di questi tempi…

Crescita è una parola magica. In Occidente, secondo quella scienza feticcio che è ormai l’economia, se cresci non rischi il default, sei al sicuro. Così, trasferito in modo meccanico all’Africa, questo postulato dice che il continente è avviato verso un futuro radioso. Ci sono paesi che crescono quasi a due cifre: Congo, Etiopia, Angola…e la lista potrebbe essere lunga. Sempre secondo le leggi dell’economia occidentale se c’è la crescita prima o poi (più spesso poi, n.d.r.) le briciole di quella ricchezza che la crescita porta con se, dopo avere soddisfatto gli investitori, le grandi imprese, il capitale finanziario, la vorace macchina amministrativa e burocratica, il subdolo sistema della corruzione, le onnivore élite politiche al potere si distribuiranno, finalmente, anche tra il popolo.

Il miracolo si è compiuto. C’è voluto tempo ma alla fine il popolo ha avuto la sua parte. Quello della crescita è un miracolo laborioso che impone tempi e costi immensi sotto forma di tagli. Anche dove non c’è niente da tagliare, cioè nei miseri sistemi sanitari o scolastici di molti paesi africani, ma alla fine porta i suoi frutti.Il problema è capire se i vantaggi, dilazionati nel tempo, che se ne ottengono valgono il prezzo che si deve pagare subito.

In qualche anno di rigorosi tagli e robusta crescita quanti bambini africani, potenziali Victor Hugo, Albert Einstein, Steve Jobs, verranno avviati, invece che alla carriera di letterato, di scienziato, di imprenditore visionario, a quella di bambino di strada, sniffatore di colla o addirittura bambino-soldato? E quante intelligenze estrose e creative saranno inebetite dalle malarie ricorrenti, o indebolite dalla tubercolosi endemica, o azzerate dal virus HIV? I fautori della crescita, moderni stregoni di una religione spietata, diranno che non ci sono scorciatoie, che nulla è gratis e che la strada per lo sviluppo e per il benessere ha il suo prezzo.

La storia, in realtà, ci imporrebbe molta più cautela. Solo qualche decennio fa i promotori di “tagli e crescita” si chiamavano Chicago Boys e imponevano famigerate “ricette” dette di “aggiustamento strutturale”. Allora come oggi quella politica economica non ha portato nessun miglioramento per gran parte delle popolazioni dei paesi africani, anche i più dinamici sul piano della crescita. Anzi: complessivamente, negli ultimi dieci anni, i dati di accesso all’acqua potabile, all’istruzione, alla sanità non sono affatto migliorati, se non addirittura peggiorati in vaste aree del continente.

Personalmente mi convincerò che i paesi africani sono avviati verso un futuro migliore quando si profileranno altre tendenze. Per esempio quando ci saranno segni concreti di una vera distribuzione della ricchezza, cioè quando i proventi della crescita diventeranno scuole e insegnanti pagati il giusto, ospedali con medici e infermieri preparati, acquedotti e fogne efficienti e non solo palazzi presidenziali, stadi e centri commerciali. Oppure quando la lunga lista di impresentabili dittatori al potere da decenni non potranno più contare sul sostegno esplicito o tacito delle vecchie potenze coloniali o, adesso, di quelle emergenti dei BRICS, Cina, Russia, India, Brasile, Sudafrica. Oppure quando ci saranno i segni di una inversione di tendenza nell’Import/Export del continente, cioè quando i paesi africani non esporteranno solo materie prime minerarie o agricole, ma anche manufatti e servizi.

Invece la grande crescita di alcuni paesi africani oggi è determinata anche dalla “cessione” a paesi stranieri delle proprie terre per produrre bio-combustibili o cereali per nutrire i miliardi di cinesi o indiani, o le popolazioni di paesi senza terra, come la Corea del Sud o l’Arabia Saudita. Come (e forse peggio) dei tempi del colonialismo…

Insomma, la realtà vera è sotto gli occhi di tutti: la crescita non riguarda gli africani che, con le loro ricchezze, stanno ancora una volta finanziando il futuro assetto geo-politico del mondo nel quale, evidentemente, salvo colpi di scena, interessa di più un Africa serbatoio di materie prime e mano d’opera a basso costo, piuttosto che un continente di un miliardo di persone con un reale potere d’acquisto.

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