La prima volta del Papa in un paese in guerra

Papa in CentrafricaQuella in Repubblica Centroafricana è la visita più significativa del Papa in questo tour nel Continente africano.
E’ la prima volta che un pontefice visita un paese in guerra. Non è cosa da poco. A maggior ragione se si pensa il momento in cui questa visita avviene, cioè mentre sono considerati a rischio tutti gli obiettivi occidentali nel mondo che, potenzialmente, potrebbero essere obiettivi del terrorismo. Il Vaticano e il Papa lo sono ancora di più in quanto simboli di una religione diversa dall’Islam assurdo professato dai gruppi jihadisti. Nonostante questo Bergoglio ha fermamente voluto questa visita malagrado tutti gliela sconsigliassero.

In secondo luogo c’è il fatto che il Papa visita un paese nel quale, sulla carta, è in corso un conflitto tra una formazione di ispirazione islamica, cioè Selekà, nella quale militano combattenti in buona parte stranieri: Tchadiani, sudanesi, somali e, probabilmente, anche maghrebbini, e una formazione di matrice cristiana, cioè i gruppi anti-Balaka, nome che ha una doppia interpretazione: o anti machete, oppure “anti proiettili di Kalashnikov”. Balaka starebbe infatti per “bal” palle, proiettili, e “aka” per Ak47, cioè il Kalashnikov. Insomma una formazione facente riferimento ad una religione alla larga cristiana e con grandi contaminazioni di credenze locali e animiste.

Dunque con questa visita il Papa ha voluto far pesare la sua autorità e il suo appello alla Pace in una guerra di religione. A nessuno, dunque, può sfuggire la valenza simbolica che questa visita assume.

C’è infine il fatto che la guerra in Centrafrica è una guerra povera, una guerra che si combatte con banali armi automatiche, come il kalashnikov, appunto, qualche lanciarazzi e qualche tecnica, cioè jeep con montata sul cassone una mitragliatrice. Si tratta di armi che arrivano prevalentemente dai paesi della regione, o dai paesi dell’est Europa, o dal Maghreb.

Sono, in molti casi, armi usate e i trafficanti sono spesso legati a cartelli di intermediari europei che operano con rappresentanti locali (spesso gli stessi che gestiscono il traffico di esseri umani) che conoscono benissimo la domanda sul mercato e “muovono”, a seconda delle opportunità, carichi di migranti, di armi, e spesso anche di droga o sigarette. Insomma una guerra povera ma sporca quella che si combatte in Centrafrica che il Papa, con la sua visita, ha voluto portare all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale.

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