La solita guerra

imagesArrivano notizie in questi giorni di una situazione di forte tensione nel Congo Orientale. La solita guerra strisciante che però provoca morti, profughi e mette in ginocchio un paese. E’ terribile usare la frase: “la solita guerra”. Ma è così. Quello che segue è un racconto che risale a cinque anni fa.

Anno 2008. Congo Orientale. Pierre (il nome è inventato, e anche altri nomi di questa storia, capirete il perchè) è un giornalista radio-televisivo di Goma, un vero professionista a tutto campo perchè è in grado di lavorare per la radio, per la televisione, per quotidiani e periodici vari e non disdegna, sotto anonimato, di pubblicare, su svariati siti internet, commenti e analisi sulla regione nella quale vive.
Fa tutto questo con grande passione e senza avanzare diritti sindacali, straordinari, indennità, diarie e compatibilità di sorta con il suo mansionario. Mi era bastata mezza giornata in sua compagnia per farmi concludere che era stata una fortuna, per me, averlo incontrato.

Pierre mi stava accompagnando nei luoghi che sono l’epicentro dal quale si irradia il terremoto politico, economico e militare che scuote la regione . Mi stava accompagnando, in sostanza, nei luoghi di estrazione del coltan, dell’oro, dell’uranio situati in zone remote dove inviati e troupe televisive, a causa della guerra, non vanno mai.

Questo giornalista magro come un chiodo, poco più che quarantenne, sprovvisto del classico gilè in dotazione a tutti i membri della categoria che girano il mondo, nelle cui svariate tasche tengono, assieme ad una collezione di penne, il Turaya satellitare e il cellulare multifunzioni, mi aveva portato a vedere (senza l’autorizzazione delle autorità locali, che non avremmo mai ottenuto) la più grande riserva aurifera del mondo, il luogo dal quale fu estratto l’uranio per le bombe di Hiroshima e Nagasaki, le colline coperte di fitta foresta pluviale sulle quali aveva combattuto Che Guevara, le miniere dalle quali si estrae il ricercatissimo super conduttore coltan.

Grazie a Pierre fui testimone del lavoro in condizioni di schiavitù di migliaia di bambini, visitai città di minatori perdute nella foresta pluviale con centinaia di migliaia di abitanti, senza strade, senza centri sanitari, senza acqua, vidi intere montagne sventrate e bucate come giganteschi colabrodo.

Pierre era preciso, addirittura scientifico nelle spiegazioni. Mi snocciolava i nomi dei politici locali e dei paesi vicini coinvolti nel contrabbando di minerali preziosi, mi indicava i percorsi attraverso i quali queste risorse preziose escono illegalmente dal Congo, mi fece l’elenco delle multinazionali europee e nord americane coinvolte in questo traffico, mi specificò i termini dei contratti del governo centrale di Kinshasa con le aziende pubbliche cinesi. Insomma mi aprì “una porta” sulla eterna guerra del Congo Orientale che non avrei mai immaginato di poter varcare.

Una guerra che si combatte in una remota regione dell’Africa ma che ha origine nelle nostre banche, nelle nostre aziende, nelle nostre imprese multinazionali, che si ripercuote nei nostri acquisti, nei nostri posti di lavoro, che ci riguarda da vicino.

Chiesi a Pierre perchè non pubblicava lui, in proprio, quella mole di informazioni. Mi rispose con un sorriso amaro: “Nel panorama dei media di questo bellissimo e maledetto paese non trovo un giornale disposto a farlo” – mi disse, aggiungendo che queste informazioni in Congo sono tabù e pubblicarle significa rischiare la vita. Mi affido a te – disse – che tornerai in un paese libero, dove c’è la libertà di stampa”. Pierre non volle un compenso gli bastò che gli assicurassi che quelle notizie sarebbero uscite.

Non mantenni la parola. In Italia non trovai nessuno che pubblicasse il mio reportage. Non perché quelle notizie fossero scomode ma perché non interessavano il pubblico. Almeno così mi assicurarono capi-redattori e redattori dei giornali che contattai. Non ho mai più cercato Pierre. Non avrei saputo come dirglielo.

3 comments for “La solita guerra

  1. 11 febbraio 2013 at 06:57

    Caro Masto,
    è una bella bella storia, piena di consapevolezza.
    Buona giornata,
    Antonio Spina

  2. Alvaro
    11 febbraio 2013 at 08:20

    Forse me l’avevi già accennato , ma quanta amarezza in queste righe e quanta amarezza in un ” vecchio lavoratore ” di una multinazionale il quale ha sempre denunciato i sistemi operativi , produttivi e commerciali di tali aziende …
    Ma così va il mondo e tutto ciò che lo circonda !

  3. 11 febbraio 2013 at 18:34

    ciao, bella e straziante questa storia. African Voices non è un quotidiano ma è un bel mezzo di informazione che riscontra il piacere di più di 30mila lettori (in aumento) attenti su facebook e sito; Hai tutta la mia disponibilità a pubblicare gli articoli di Pierre o se preferisci darmi un contatto, lo faccio direttamente con lui. G
    Grazie e complimenti per il blog che seguo e pubblico spesso.
    Marco

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