La storia di Ota Benga

downloadLa storia di Ota Benga, un pigmeo nato intorno al 1880 in quello che a quell’epoca era il Congo Belga, è una storia che solo apparentemente è lontana nel tempo. Ed è una storia tutt’altro che rara sebbene la schiavitù e il razzismo, a quei tempi, erano ormai ritenuti un fenomeno del passato che la civile Europa ripudiava.

Ota Benga visse nei tempi in cui il Congo Belga era un possedimento “personale” di Re Leopoldo II del Belgio che si faceva passare per un sovrano filantropo che aveva come missione la civilizzazione delle popolazioni nei suoi possedimenti.

In realtà Leopoldo II aveva trasformato il Congo in un inferno, una immensa fabbrica di una materia prima strategica che a quei tempi era il caucciù, una preziosa resina che doveva rivoluzionare l’industria europea. Proprio perché il caucciù era così prezioso il sovrano del Belgio costringeva le tribù locali a estrarne in grandi quantità e a trasportarle fino al mare per rifornire le industrie europee. Per ottenere questi livelli di produzione intere tribù venivano decimate per “convincere” i superstiti a rispettare i quantitativi richiesti dalle stazioni commerciali che Leopoldo aveva piazzato sulle sponde del fiume Congo.

Ota Benga rientrando un giorno dalla caccia trovò il suo villaggio raso al suolo, le capanne bruciate e la sua famiglia massacrata. Venne catturato dalla Force Publique belga e venduto ad un controverso missionario protestante che stava preparando una esposizione di antropologia in Missouri, a Saint Louis.

Così Ota Benga comincia la sua carriera da fenomeno da baraccone, solo lievemente camuffata dal desiderio di diffondere conoscenza e scienza. Conclusa la mostra infatti Ota Benga viene trasferito nello zoo del Bronx a New York. Non gli si può far fare espressamente la “scimmia in gabbia” e allora lo si incarica ufficialmente di svolgere le mansioni di inserviente che deve curarsi dei primati, ma davanti alla sua gabbia da inserviente c’è un cartello con scritto “Ota Benga, Pigmeo Africano”.

Ota attira migliaia di persone. Visitatori che lo deridono, lo molestano, gli tirano oggetti e cibo e gli impongono di sorridere sempre per mettere in mostra i denti limati, come vuole la tradizione dei pigmei.

Lui sopporta e quando non ce la fa più, con l’arco che gli è stato fornito per renderlo più realisticamente un selvaggio, comincia a scagliare frecce sul pubblico. Viene liberato sull’onda delle proteste di un opinione pubblica sobillata da alcuni giornalisti. Un pastore battista che lo prende in custodia cerca di americanizzarlo, tenta di insegnargli l’inglese e gli fa incapsulare i denti. Ota viene assunto in una fabbrica di tabacco e vorrebbe con i soldi che guadagna rientrare in Africa. Ma scoppia la grande guerra e non può dar seguito al suo progetto. Cade in depressione e si suicida. Ma quest’ultimo atto della sua vita Ota lo compie con due gesti preliminari che la dicono lunga su quelli che sono i suoi pensieri: si toglie le capsule dai denti e accende un fuoco cerimoniale. Poi si spara.

1 comment for “La storia di Ota Benga

  1. Una vergogna umana
    2 aprile 2015 at 12:49

    E’ incredibile che nel mondo succedano cose simili ma non bisogna dimenticarle per comprendere fino a che punto le persone cattive possono arrivare con il loro sadismo. Ho conosciuto questa storia sentendola alla radio e ne sono rimasto davvero sconcertato; di recente un signore ne ha preso spunto per scrivere un libro.
    Peggio di chi lo aveva incatenato a questo poveretto sono stati sicuramente tutti quelli che si sono divertiti a sue spese, immagino che per l’evento i vigliacchi e i malvagi più ripugnanti del mondo si fossero uniti.
    Peccato che si sia suicidato così giovane, la guerra poi sarebbe finita, ma forse per lui non aveva più importanza..Fortunatamente nel mondo non sono tutti così cattivi c’è stato anche chi lo ha aiutato.
    Avrebbe dovuto sognare l’Africa, continuare a sognarla, ma a volte la vita è dura ed è facile parlare.
    Ha fatto bene a prenderli a frecciate speriamo che ne abbia colpito bene almeno uno e che la sua anima riposi in pace al contrario della “brava gente” che gli ha fatto del male.

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