La strage degli elefanti

Niente di nuovo sotto il Sole d’Africa. Sono cambiati gli attori e chi ne trae i maggiori benefici ma le vittime e le modalità sono le stesse di cinquant’anni fa quando la stagione delle indipendenze si era appena conclusa. Ai tempi c’erano le ex potenze coloniali che avevano dovuto rinunciare al possesso diretto dei territori africani, divenuta una forma anacronistica e ingestibile, anche per gli aneliti indipendentisti che si manifestavano nei paesi del continente. Oggi, in tempi di globalizzazione, ci sono i cinesi e le altre potenze emergenti. Le modalità sono sempre le stesse: il saccheggio indiscriminato grazie alla collaborazione delle élite politiche locali, quelle al potere e quelle all’opposizione, anche armata.

Sto parlando di un massacro che un inchiesta pubblicata sul New York Times definisce epico, quello degli elefanti. Si tratterebbe di una vera e propria strage: decine di migliaia di esemplari – mai così tanti negli ultimi trent’anni – uccisi per l’impennata dei prezzi dell’avorio nei mercati mondiali determinata in gran parte dalla forte domanda cinese. Un mercato, quello cinese, che nell’ultimo anno ha assorbito quantità imponenti di avorio per farne sculture, bacchette per il cibo, segnalibri, tazze, fibbie, pettini e una miriade di altri oggetti. La domanda si è impennata anche per il fatto che il boom economico cinese ha creato milioni di persone che si possono permettere oggetti di lusso. I prezzi infatti sono schizzati fino ad oltre duemila dollari al chilo, un record. Come pure è un record che nel mondo, ma soprattutto sulle rotte della Cina, sono state sequestrate, nel 2011, poco meno di quaranta tonnellate di avorio, ovvero le zanne di oltre quattromila elefanti uccisi. Cifre, queste, che rappresentano, probabilmente, solo la parte più appariscente del fenomeno, quella venuta alla luce. Evidentemente infatti se gli addetti del settore (diciamo così) continuano ad aumentare anche i profitti sono in salita. Negli ultimi mesi in Africa sono stati arrestati quasi 200 cittadini cinesi accusati di traffico d’avorio, ma il businnes non si è affatto fermato.

Oltre ai trafficanti e agli utilizzatori finali, chi beneficia dei proventi prodotti dalla commercializzazione dell’avorio? Anche in questo caso nulla di nuovo sotto il sole d’Africa. Chi fa il “lavoro sporco”, in cambio di denaro, armi, droga, sono “addetti” locali che lavorano al soldo (o, a volte, in stato di schiavitù o di lavoro forzato) per i politici al potere o per formazioni guerrigliere di opposizione. Le tracce di questo traffico infatti portano a sanguinarie milizie come il Lord’s Resistence Army dl famigerato Joseph Kony, ricercato dalla Corte dell’Aja, che si nasconde tra Centrafrica, Sudan del Sud e Uganda, o agli Shebab somali legati al cartello di Al Qaeda, alle milizie Janjaweed del Darfur ma anche agli eserciti regolari dell’Uganda, del Sudan del Sud, del Congo.

Inutile fare commenti. E’ tutto chiaro. Solo una riflessione finale. Qualche giorno fa il bello e interessante blog di Gianfranco della Valle, Sancara, ha recensito un controverso film degli anni sessanta, Africa Addio, infarcito di immagini ad effetto di stragi di animali, elefanti compresi. Una delle tesi di quel film, accolto malissimo e criticato aspramente dalla sinistra, era che con le indipendenze e l’Africa in mano agli africani le cose per il continente sarebbero andate molto peggio. Era una tesi di destra, senza dubbio. Ma alla luce dei fatti si è rivelata vera e rischia di continuare ad esserlo. Lo è stata negli anni del post colonialismo, con la guerra fredda e anche poi con l’intervento mascherato e ingombrante delle vecchie potenze coloniali. Lo è anche oggi con la globalizzazione, con l’avvento dei cinesi che, secondo un luogo comune, sono più disposti a dare dignità ai paesi africani e – aggiungiamo noi – a chiudere gli occhi sulle violazioni dei diritti umani. Lo sarà anche negli anni miracolosi della crescita (la maggioranza dei paesi africani sono dei cosiddetti miracoli economici) che molti economisti ci fanno passare come una sorta di medicina universale per lo sviluppo. La tesi del film “Africa Addio”, ci dovrebbe far riflettere.

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