Lampedusa: una lettera dal fondale del Mediterraneo

imagesIn questi giorni, davanti all’ennesima sciagura di Lampedusa, ho provato una certa insofferenza di fronte alle tante parole (anche le mie). Oggi voglio segnalare una iniziativa partita da Amani e dalle personalità che hanno costruito a Lampedusa la cosiddetta “Porta di Lampedusa-Porta del Mediterraneo” (che vedete in foto), dedicata ai migranti che ambiscono ad “entrare” nel nostro paese. L’iniziativa lanciata in questi giorni è un appello (change.org) a seppellire degnamente i migranti morti in questa ennesima sciagura. Insomma a trattarli come trattiamo i nostri morti.

E poi vorrei proporvi una poesia. Parole toccanti scritte da un caro amico eritreo, Hamid Barole Abdu, dal titolo: “Lettera dal Fondale del Mediterraneo”.

Cara mamma, ti scrivo da un acquario
uno spazio infinito e senza mormorio
dove tutti dormono sonni profondi
come le mummie dei faraoni.

Qui il tempo non è scandito da notte e dì
c’è tanta pace, è una vita da angeli
un vero Paradiso nel fondale marino,
si vive senza acqua e senza cibo
non si lavora e non si fa nessun attività
ci si rilassa in eternità.

Cara mamma, ti chiedo scusa
quando me ne andai non dissi nulla
la partenza fu per me uno scherzo
avrei voluto salutarti e darti tanti baci,
farmi stringere dai tuoi abbracci
come hai sempre fatto prima che io uscissi
per andare a scuola o per giocare.
so che mi perdonerai
nelle preghiere mi ricorderai.

Cara mamma, ho tanta voglia di scriverti,
le mie avventure sono tante:
era la prima volta che salpavo sul barcone
con altri coetanei del quartiere.
Il mare era sereno con un bel sole
l’alba silenziosa senza parole
gabbiani sopra le nostre teste volavano
a modo loro ci auguravano un buon viaggio.

Dopo alcuni giorni senza acqua né cibo
con occhi sbarrati notte e giorno.

Il barcone in mezzo al mare
il motore smise di funzionare.

Le nostre risate furono interrotte dal panico
onde alte iniziarono a farci sollevare,
e tutti coperti dal barcone rovesciato
nessuno di noi sapeva nuotare
e così fummo risucchiati in fondo al mare.

Cara mamma, ti ricordi quando ero bambino,
una gran paura avevo dell’acqua
persino nella bacinella non volevo lavarmi
mi versavi l’acqua con i piedi inchiodati per terra.

Cara mamma, ti scrivo da qui:
dal fondale abitato da gente di tutto il mondo
piccoli, adulti e famiglie intere
una grande comunità
scheletri nel limbo in fondo al mare.

Cara mamma, prega per noi:
“L’eterno riposo dona a noi o Signore,
splenda a noi la Luce perpetua
riposiamo in pace. Amen”

di Hamid Barole Abdu  – “Rinnoversi in segni … erranti”, 2013

3 comments for “Lampedusa: una lettera dal fondale del Mediterraneo

  1. 5 ottobre 2013 at 13:03

    Semplicemente bellissima.. m’ha fatto venire i brividi

  2. Rosalba Benzoni
    6 ottobre 2013 at 19:58

    Abolire subito il reato di clandestinità e modificare la Bossi Fini

  3. 9 ottobre 2013 at 21:13

    Da morire!!!
    In questi giorni, più che sempre, mi sono immedesimata nelle madri di questi poveri ragazzi..credo non ci sia al mondo dolore più straziante, inconsolabile ed inaccettabile della morte di un figlio senza una ragione. Vorrei arrivasse loro la nostra solidarietà, non certo per annullare il dolore ma per ricevere una carezza sul cuore. Ho scritto un post nel mio blog e l’ho chiamato: sorelle mie..
    perchè come recita una canzone della Mannoia, “…non c’è figlio che non sia mio figlio, nè speranza di cui non sento il calore, non c’è rotta che non abbia una stella,e non c’è amore che non invochi amore…”
    Raffaele lo trascrivo qui:
    Sorelle mie…
    Vi vedo sorelle della riva opposta alla mia… arrivano fin qui, portati dallo scirocco, e sarebbe giusto arrivassero in ogni dove, il suono dei vostri gemiti, le urla della vostra disperazione assoluta, il vostro j’accuse. Vi percepisco piegate nei vostri esili corpi a rotolare nella sabbia arsa, bagnata da fiumi di lacrime a strapparvi i capelli e le carni. Il vostro dolore è anche il mio, il nostro. Chiedo perdono ben consapevole di non meritarlo, troppo poco facciamo per evitare che il mondo giri in maniera anomala e contronatura.

    Vorrei potervi abbracciare forte forte ad una ad una per riuscire a stordirvi e alleviarvi lo strazio anche solo per un attimo. Sento il peso, la grandezza, l’enormità del vostro dolore…un dolore straziato, umano, viscerale, terreno, non rassegnabile, non giustificabile, non accettabile.

    Quale Dio potrà consolare il dolore di una madre, se questo dolore non ha una ragione? Solo pochi giorni prima accarezzavate e condividevate un sogno con i vostri figli. Un sogno superbo, prezioso quanto difficile ed esigente. Avreste voluto frenarli in cuor vostro per proteggerli; l’età porta con sè la misura del pericolo che le menti giovani non contemplano, ma ogni madre sa che non può e non deve mettere catene alle ali. Ogni madre sa che è giusto sia così. Quando poi “proteggerli e frenarli” equivale a trascinarsi in un’esistenza di guerre, di fame, di morte, di schiavitù, fuggire e provarci rappresenta una carta valida da giocare, un rischio accettato che va incoraggiato e difeso. Cercare la libertà, non intesa semplicemente come poter correre o arrampicarsi sugli alberi ma quella vera, quella che libera dal bisogno, dalla necessità, dallo sfruttamento e dalla schiavitù, è il dovere principe di ogni essere umano.

    Scacciando i demoni della paura sovrapponevate pensieri positivi e vi preparavate al grande momento.

    Era bello, era acquietante immaginare il domani dei vostri figli, mai più schiavi, derelitti, affamati ma uomini liberi, liberi…..liberi.

    Il momento della partenza arrivò e con la potenza e la rapidità di un uragano che travolge e spazza geografie e teoremi, vi ritrovaste sole a fissare quella linea all’orizzonte che confonde e fonde il cielo e il mare. Il tempo dell’attesa è il più lungo e il più crudele che ci sia.. ma voi avete conservato nel cuore, gelosamente, quegli ultimi ricordi a tenervi compagnia nei giorni seguenti; fermi immagine consolatori e strazianti che s’animavano solo per voi nei vostri tormentati pensieri, nelle vostre notti insonni popolate da fantasmi. Nessun vento, nessuna pioggia, nessun lampo, nessun tempo potrà cancellare le sensazioni e il pathos di quei saluti… nelle orecchie ci sarà sempre il trapestio dei loro passi che s’allontanavano, tra le braccia sentite ancora il calore della stretta dell’ultimo abbraccio…quello lunghissimo, sulla bocca il sapore dell’ultimo bacio, sulle dita l’impronta dell’ultima carezza e nell’aria aleggiano ancora le vostre benedizioni.

    E…adesso? Adesso più nulla.. solo orrore, solo dolore, solo brandelli di cuore.

    Semplice/Vera

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