Le avventure del muzungu

Il nome con il quale noi bianchi veniamo definiti in Africa – muzungo, toubab, pula – in genere significa straniero ed ha quasi sempre anche una connotazione divertita, come se quella parola definisse un personaggio strano, bizzarro, a volte dai comportamenti incomprensibili.

E del resto, anche noi bianchi, spesso sorridiamo dei comportamenti che consideriamo irrazionali, o disorganizzati, o superstiziosi degli africani. Basta pensare a tutti i luoghi comuni sul lavoro o sul tempo: “gli africani non arrivano mai in orario… sono indolenti… inaffidabili…”.

Per quanto mi riguarda, sono certo di essere stato considerato strano, bizzarro, testardo oltre misura e senza ragione innumerevoli volte nei miei viaggi in Africa. Una la ricordo ancora. Mi fa sorridere, ma anche riflettere…

Qualche tempo fa mi capitò, in Congo, durante la stagione delle piogge, di insistere – per ragioni di lavoro che consideravo prioritarie – di essere trasferito da un villaggio all’altro. Laurent, il giovane che avevo ingaggiato, mi avvertì che la pista poteva non essere praticabile per il fango che si era formato dopo l’ultima potente scarica di acqua pomeridiana. Insistetti.

Sapevo bene che non andava fatto, sapevo che Laurent aveva ragione, sapevo cosa diventano le piste di terra nella foresta quando piove. Ma avevo realmente delle incombenze di lavoro e poi c’era anche una piccola possibilità che Laurent volesse guadagnare un giorno di riposo a casa (eravamo nel suo villaggio). Così, pervaso da quella fretta da bianco nevrotico, partimmo… e naturalmente restammo impaltati.

La strada era un fiume di fango, un fango mai visto, sembrava che i djin della foresta si fossero divertiti a gettare sulla pista una poltiglia di sapone e colla. Laurent cercò di tirare fuori l’auto da quelle sabbie mobili, ma quando, a furia di accelerate, si cominciò a diffondere quel caratteristico odore di gomma bruciata dovette desistere. Eravamo bloccati, non rimaneva che andare a piedi. Fu Laurent – che sarebbe rimasto a cercare di tirar fuori l’auto e a ripararla – a indicarmi la strada: non mi potevo sbagliare, sempre dritto, su quella pista di sostanza marrone che si muoveva come se il dio della foresta, o della terra, o della pioggia la stesse ancora plasmando.

Appena cercai di avviarmi e di staccare un piede dal fango, per la gioia della piccola folla (arrivata da chissà dove) che si era formata intorno all’auto, feci un volo spettacolare, di quelli da fumetto. Atterrai nel fango come un salame tra le risa del pubblico, soprattutto dei bambini. Mi rialzai interamente cosparso da un lato di quella sostanza marrone, mi rimisi in equilibrio e, appena cercai di muovermi, piombai nuovamente a terra completando l’opera, cioè spalmandomi di fango l’altra parte del corpo.

Furono i ragazzini a venirmi in soccorso: uno si prese in carico il mio zaino, un altro si preoccupò di starmi davanti in modo che potessi seguirlo sulla strada più sicura, un altro si piazzo dietro di me e mi salvò a ripetizione da innumerevoli nuove cadute.

Mentre procedevamo in quella formazione incrociai bambini che correvano, uomini anziani che, camminando, armeggiavano con una radio a transistor, donne a piedi scalzi che sorridevano, salutavano, si riassettavano il pagne, o si aggiustavano il bimbetto che tenevano legato sulla schiena, o rimettevano in equilibrio il contenitore che portavano sul capo, mentre si muovevano agili in quell’impasto di colla e sapone. Sembravano gazzelle nella savana e io mi sentivo coperto di vergogna.

Infine l’intrepido giornalista pervaso dal sacro fuoco del dovere arrivò e nell’esame di coscienza serale dovette constatare che quel giorno il bianco aveva confermato tutte le dicerie africane sul suo conto.

4 comments for “Le avventure del muzungu

  1. michele
    27 settembre 2012 at 08:21

    che bello

  2. virginia
    27 settembre 2012 at 08:52

    Che bello leggere questa storia….è un pò come fare un tuffo a qualche mese fa,quando anche a me è capitato di vivere situazioni del genere e riderci di gusto sopra ripensando a quando siamo sciocchi alle volte noi muzungu

  3. gorgia
    27 settembre 2012 at 12:00

    grazie, mi sembra di vedere e gustare dal vivo la scenetta!!!! quanta verità è racchiusa nel racconto…

  4. 28 settembre 2012 at 19:03

    Anche a me sono successe esperienze di questo genere, mentre ero in Tanzania! Le ricordo tutte con grande piacere. Siamo wazungu, niente da fare, però loro al contrario di quello che farebbe un occidentale, sanno sempre adattarsi e venirci a dare una mano, pur ridendo di noi.

    http://ostinatoidealismoprecario.blogspot.it/2012/09/sawa-sawa.html

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