L’eredità di Madiba e gli scioperi dei minatori

Qualche riflessione sullo sciopero dei minatori in Sudafrica è d’obbligo, soprattutto oggi, nel giorno in cui i lavoratori della miniera di Marikana (il sito nel quale è cominciato tutto), hanno annunciato che torneranno al lavoro in seguito ad un accordo con l’impresa. Al di là della vicenda specifica sindacale c’è soprattutto un grande bisogno di contestualizzare. Gli scioperi dei minatori, nella storia, sono sempre stati un passaggio cruciale. E sempre sono anche stati radicali, quasi senza possibilità di mediazione come se, da una parte e dall’altra, ci fossero due concezioni del mondo del lavoro e della società contrapposti. Si pensi a quelli dei minatori americani all’inizio del secolo scorso, o quelli inglesi negli anni ottanta contro il modello sociale di cui Margaret Thatcher fu poi un simbolo. In quei casi l’élite politica aveva ben chiaro il modello sociale verso il quale stava traghettando la società. E non temeva di renderlo esplicito, anzi, ne faceva una bandiera, un obiettivo.

Anche nel Sudafrica di questi giorni siamo di fronte ad uno sciopero generalizzato, molto radicale, che prefigura una svolta. La differenza nel gigante dell’Africa Australe è che i governi che si sono succeduti dopo Mandela hanno vissuto – e vivono – di rendita sul passato glorioso dei lavoratori nell’era buia dell’apartheid, e sulla visione di una società multietnica giusta che, nella comunicazione ufficiale, dichiarano di perseguire ancora. Nella pratica però smentiscono quegli obiettivi, li tradiscono. Il Sudafrica del dopo Mandela ha chiaramente perseguito uno sviluppo continentale sulla base di un modello liberista che non ha affatto come priorità la riduzione delle differenze sociali.

Non è un caso che Il Sudafrica di oggi, cioè il paese di Mandela a venti anni dalla sua uscita di scena, sia una nazione che ha un tasso di disoccupazione spaventoso, intorno al 25 per cento. Inutile dire che i senza lavoro sono tutti neri.

Non è un caso che il numero dei sieropositivi sia a livello degli altri paesi africani, mentre il livello di sviluppo del Sudafrica è considerato pari a standard europei.

Non è un caso che la delinquenza nelle metropoli sudafricane sia altissima tanto da fare delle città dei luoghi senza sicurezza, come per esempio Johannesburg che è considerata una delle città più pericolose del mondo.

Tutto questo è il risultato di governi che non hanno saputo affatto onorare l’eredità di Mandela. A cominciare dallo sbiadito Tabo Mbeki, che gli successe, per continuare con l’impresentabile Jacob Zuma. Il Sudafrica di questi anni, poi, è uno dei grandi investitori nell’Africa Sub-Sahariana e si comporta come una potenza che non è meno aggressiva, a livello commerciale ed economico, dalle storiche ex potenze coloniali, che hanno praticato un vero e proprio saccheggio. E non è nemmeno diversa dalle nuove potenze emergenti (di cui peraltro fa parte) che hanno una priorità assoluta, anche superiore al rispetto dei diritti umani: un drastico bisogno di terre e di minerali strategici.

Per tornare alla questione dei minatori, tra le imprese e i lavoratori anche questa volta c’è in mezzo un governo del tutto inadeguato. Ha aperto i suoi formidabili siti minerari a multinazionali straniere promettendo costi del lavoro da Africa Nera ed ora, ovviamente, non ha nessuna capacità di mediazione.

Quello che è certo che la vicenda drammatica di questo sciopero almeno ha provocato la caduta di un velo sul mito del  “Sudafrica-paese-arcobaleno”, erede del più grande uomo africano contemporaneo.

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