L’eterno trucco del nemico esterno

Erano settimane che le piazze di Khartoum, di Port Soudan, di Omdurman e delle altre principali città nord sudanesi erano percorse da manifestazioni di protesta contro il regime. La vicenda del film americano blasfemo contro l’Islam è arrivata proprio mentre la situazione politica interna diventava critica per il presidente Omar Al Bachir. A lui e al suo entourage non sarà parso vero che, sulla scena della diplomazia internazionale, si profilasse una vicenda che in tutto il mondo arabo – e anche a Khartoum – portava in piazza migliaia di fanatici islamici che, nelle diverse situazioni politiche, potevano essere gestite anche in funzione degli equilibri di potere interni. Insomma, la vicenda del film blasfemo in Sudan ha avuto la funzione del “nemico esterno”. Quella situazione che i regimi sanno molto ben sfruttare che produce una unità interna attorno ai leader al potere che si trovano ad affrontare – almeno così fanno pensare – una situazione assolutamente prioritaria ed emergenziale. Il film blasfemo ha così portato un po’ di ossigeno al regime sudanese che si trova a fare fronte ad una crisi interna e internazionale che, per la prima volta, mette seriamente in discussione la sua sopravvivenza politica. Le ragioni ci sono tutte e sono principalmente di natura economica, ma non solo.

Innanzi tutto l’indipendenza del Sudan ha privato il regime di una delle principali entrate, cioè l’esportazione del petrolio. Con quei proventi il regime ha fatto crescere l’economia e riusciva a mantenere un entourage di militari e politici che, per non perdere privilegi e vantaggi, lo sostenevano.

A rendere ulteriormente più grave la situazione c’è il fatto che per cercare di ottenere il controllo di alcuni siti petroliferi sulla frontiera, Khartoum deve sostenere una vera e propria guerra contro il Sud Sudan. Un tempo la guerra consentiva di abbattere i costi con le entrate petrolifere che però non ci sono più. Il conflitto adesso è unicamente un ulteriore costo.

Khartoum, quando il Sud non si era ancora separato, aveva fatto contratti petroliferi per i giacimenti di greggio nel Sud con Russa e Cina. Si trattava di accordi miliardari per estrazione, prospezione, trasporto e commercializzazione di una ricchezza che adesso è nelle mani di un altro paese, il Sud appunto. Questa nuova situazione potrebbe allentare l’appoggio incondizionato al regime da parte di Mosca e Pechino che, a più riprese, con il loro veto, hanno evitato che il Consiglio di Sicurezza votasse sanzioni contro Khartoum

Negli ultimi mesi l’aggravarsi della crisi economica ha dato argomenti e forza ai partiti di opposizione che hanno duramente contestato ad Omar Al Bachir il fatto di scaricare i problemi dell’economia sulla popolazione. Il regime, di fatto, non poteva, e non può, fare diversamente se non vuole privare le categorie sulle quali si fonda il proprio potere (i militari in primo luogo) dei vantaggi che gli ha sempre accordato. Vantaggi che hanno la funzione di mantenerli fedeli e fare in modo che non ritengano più utile cambiare un presidente che è al potere da oltre venti anni e per di più è ricercato dalla Corte Internazionale per genocidio e crimini contro l’umanità.

Insomma, il vecchio trucco del “nemico esterno” è ancora venuto buono in Sudan. Ma a Khartoum il cambiamento (nel bene e nel male) sembra proprio una questione di tempo.

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